Wrede: C'è oggi una diffusa disillusione sul movimento moderno
(MM), visto come fallimentare. Tuttavia la tua opera indica che continui a
credere nella sua evoluzione. Cosa vedi di essenziale nella tradizione moderna
in architettura?
Botta: L'espressione architettonica del MM era piuttosto
diversificata e dentro il movimento troviamo una grande varietà di personalità
e di contenuti, dall'architettura espressionista a quelle organica e
razionalista. Dobbiamo tener questo in mente per evitare di attribuire tutte le
sventure di oggi a una generazione di architetti che han lavorato con grande
dedizione e dato molti contributi eccezionali alla nostra disciplina.
W: Dove ti pare che il MM abbia fallito?
B: I Maestri del MM, fra cui Aalto, Le Corbusier, Loos,
Mendelsohn e Terragni, erano tutti architetti di grande abilità che crearono
nuove forme di espressione architettonica. È il successivo svilimento della
loro opera e dei loro insegnamenti che ha portato all'impoverimento cui
assistiamo oggi.
Tutti i moderni condividevano l'opinione che l'architettura
potesse giocare un ruolo di primo piano nel dar forma alla società. Secondo me
il MM non ha tradito questa idea; è il MM ad esser stato tradito. La società
industriale ha perso di vista gli obiettivi originali e ha forzato l'uomo ad
uniformarsi alle leggi della tecnologia e della meccanizzazione. In questo
senso possiamo incolpare il MM di aver mancato i suoi obiettivi. Il fallimento
maggiore è avvenuto nel progetto urbano, con la visione di una città zonizzata.
L'organizzazione dello spazio vivibile nella città dev'essere qualcosa di più
complesso che non una divisione in zone a diversa funzione da utilizzare in
periodi diversi della giornata. Ci devono poi essere ampi spazi privi di usi
strettamente funzionali e nei quali possano collegarsi storia, memorie, sogni,
immaginazione e poesia. Credo che questo sia un problema etico: mettere
nell'organizzazione dello spazio di nuovo l'uomo al centro dell'interesse e non
utilizzarlo semplicemente come uno strumento. In ultima analisi, l'estetica
riflette sempre la società che la sostiene.
W: Vuoi dirci il tuo atteggiamento nei riguardi della
città tradizionale?
B: La città storica è un'eredità collettiva ricca di
memorie. La sua ricchezza consiste nell'accumulazione storica, nella continua
sovrapposizione di diverse epoche e testimonianze. L'accelerazione dei tempi
moderni ha interrotto il processo evolutivo dello sviluppo e demolito
l'equilibrio preesistente. Di fronte a questa rapida trasformazione, la città
storica ci sembra statica. Ma ciò nonostante questa città resta il prodotto di
un continuo processo di trasformazione. Io credo che sia ancora possibile dare
dei contributi a questa città, intervenire nel suo processo. L'idea del
cambiamento, della modificazione, è implicita in ogni atto architettonico.
La città storica ha diverse cose da dire e da offrire
all'architettura d'oggi, ma io credo che anche l'architettura contemporanea
possa contribuire ad arricchire questa città. C'è una naturale relazione di
dare-e-avere tra l'architettura e il suo contesto. Sono due facce della stessa
questione, dello stesso obiettivo: la creazione di uno spazio vivibile.
Io credo che la buona architettura sia sempre una
interpretazione critica del contesto. La questione è sempre quella di far sì
che ogni nuovo intervento diventi parte integrante della situazione culturale
e storica del luogo. Ogni epoca ha bisogno di interpretare, rileggere, capire
il passato. Non è possibile proteggere il passato, tutto quel che possiamo fare
è offrirne delle nuove interpretazioni.
W: Che riserve hai, se ne hai, sul ritorno del linguaggio
dell'architettura classica?
B: Il ritorno di modelli e tipologie storiche, come la
riproposta di modelli classici, dev'essere vista come reazione al caos, ai
conflitti, alla perdita di valori che la cosiddetta cultura moderna ha
prodotto. Penso si debba ammettere che lo sviluppo moderno delle nostre città
sia il contributo più negativo che l'uomo abbia mai dato. Ma l'architettura è
l'espressione formale della storia, e gli architetti spesso non sono che dei
meri strumenti. È vero che la città attuale è, da un punto di vista fisico,
brutta; ma la trovo ancora più brutta in una prospettiva sociale, e mi
riferisco alla violenza, al terrorismo, all'inquinamento. Queste cose non conoscono
confini politici o geografici. Di fatto, forse il MM è fallito perché ha
creduto fosse possibile cambiare la società attraverso l'architettura. Noi
oggi sappiamo che tutto quel che possiamo cambiare con l'architettura è
l'architettura stessa.
Ogni linguaggio è espressione della sua propria epoca. Il
linguaggio dell'architettura classica ha dato all'umanità esempi di perfezione
e di poesia. L'espressione formale del mondo classico era anche, nei suoi
contenuti, una espressione di grandeur.
Riassumere oggi le forme del linguaggio classico è tradirlo. Per me gli
odierni architetti cosiddetti neoclassici fanno lo stesso errore che essi
stessi rimproverano al MM. Per i moderni la forma derivava direttamente dal contenuto.
Oggi questa mutua relazione fra forma e funzione viene proposta invertita; si
crede che cambiando la forma si possa cambiare il contenuto. Credo che gli architetti
che usano oggi il linguaggio classico confondano la storia con gli stili:
credono che la riaffermazione degli stili storici sia sufficiente ad esprimere
il nuovo bisogno dell'uomo per la storia e la memoria culturale. Credo che
stiano mal interpretando quello che è attualmente un bisogno positivo. In un
certo senso quegli architetti li si potrebbe chiamare gamberi dell'avanguardia:
si muovono a ritroso.
Per essere architetti, per adempiere al nostro compito, è
indispensabile molta fede, o fiducia. Costruire è un'attività fondamentalmente
produttiva; presuppone una fiducia nell'uomo, nel proprio lavoro, nella
necessità di esprimere se stessi e di rendere testimonianza del proprio tempo
in termini positivi.
W: Hai riconosciuto il tuo debito con Le Corbusier, Louis
Kahn e Scarpa. Vuoi riassumere che cosa consideri maggiormente importante
nella loro lezione?
B: Le Corbusier, Kahn e Scarpa sono punti di riferimento per
tutta la mia generazione. Io sono stato così fortunato da avere alcune
esperienze dirette con questi maestri e la mia formazione ne è stata influenzata.
Credo che il nostro modo di fare architettura, la nostra sensibilità ai nuovi
problemi si fondi nell'eredità storica della cultura architettonica che ci ha
preceduto. In architettura, come in arte, non si può parlare di progresso. C'è
solo una continuità nel tentativo di dare nuove risposte a nuove situazioni.
Non ci sono architetti della mia generazione che non debbano
qualcosa a Le Corbusier. Alcune delle ipotesi di Le Corbusier certamente
possono e devono essere riesaminate criticamente, ma in ogni modo non possono
essere ignorate. Sarebbe come un pittore del XX secolo che ignorasse l'opera di
Klee. Le Corbusier personificava le speranze della nuova architettura. Quel
che trovo più affascinante in lui è la sua abilità di traslare ogni tipo di bisogno,
speranza e pensiero in termini architettonici. Non c'era ragionamento politico,
sociale o economico che Le Corbusier non riuscisse a trasformare in qualche
modo in architettura. Questa forse è la grande lezione che ci ha lasciato.
Quel che mi ha maggiormente impressionato in Kahn era la sua
abilità di andare alla radice dei problemi. Aveva una quasi messianica
predisposizione di focalizzare i bisogni primari dell'uomo. L'edificio era
sempre, per Kahn, uno spazio nel quale soddisfare i bisogni e le aspirazioni
della mente prima di quelli del corpo.
In Scarpa quel che era più importante era la sua capacità e
sensibilità nel dare espressione ai materiali; la sua abilità di leggere dentro
la vera struttura dei materiali per trarne la massima possibile espressività.
Inoltre c'era il grande piacere, la gioia che egli trovava in tutto quel che
era ben fatto.
Riguardo a quel che mi accomuna a loro, devo citare la
poesia, così come la speranza nell'uomo oltre ogni ragionevolezza.
W: Vedi in questo qualcosa che trascende i cambiamenti
nella tecnologia costruttiva e nella cultura?
B: La tecnologia è uno strumento che può essere usato bene o
male. La cultura attuale ripone troppa fede nella tecnologia in se stessa,
senza fondarne il miglioramento in termini umani. Con l'infatuazione
tecnologica degli ultimi anni, possiamo esaminare più criticamente quel che
abbiamo realizzato e quel che ci accingiamo a realizzare. Siamo andati sulla
Luna e in molti casi non siamo stati in grado di fare delle case migliori
sulla terra. Nella città moderna non viviamo bene, le nostre abitazioni sono miserabili,
è difficile circolare, è faticoso respirare. L'equilibrio fra l'uomo e la
natura è stato compromesso. Per cui la pace e l'armonia per cui l'uomo si batte
sono sempre più artificiali. Viviamo miseramente durante la settimana solo per
correr via in cerca di pace e quiete durante i week-end. Per mesi accettiamo
l'asprezza della città solo per fuggire in campagna nelle vacanze.
Dobbiamo renderci conto che malgrado il maggior comfort
tecnico fornito dalla città moderna, la città storica di fatto assicura una più
alta qualità di vita. Dobbiamo guardare criticamente a quello che abbiamo
prodotto e ridefinire i nostri obiettivi in relazione alle dimensioni
dell'esistenza umana. È un pericolo reale quello di perdere il controllo sullo
sviluppo tecnologico. Si lavora per l'uomo o contro di lui; non ci sono vie di
mezzo.
Mi sembra di sentire sempre di più che esistono delle
domande nascoste ma profonde - è una eredità dei maestri del MM -, domande che
ripropongono l'uomo come centro dell'interesse della nostra professione. Queste
esigenze profonde, il bisogno della memoria, il bisogno di suggestioni
arcaiche, il bisogno di forme mitiche, il bisogno di confronto fra l'uomo e i valori
cosmici, il bisogno delle grandi idee del passato, sono i motivi veri che han
sostenuto il bisogno di espressione e di testimonianza in ogni epoca.
Sento sempre più il bisogno di presentare immagini che
riaffermino i legami dell'uomo col suo passato; sento che è più importante
formulare problemi che non fornire soluzioni. Costruire, per me, è un modo di
portar testimonianza al passato, alla grandezza del passato, per mezzo di
poteri atavici, immagini misteriose, simboli magici che riportino l'uomo a
contatto con le memorie più profonde della sua cultura.
Credo che oggi fare architettura sia un modo di resistere
alla perdita di identità, alla banalizzazione, all'appiattimento della cultura
prodotto dal consumismo tipico della società moderna. In questo senso
l'architettura è un fenomeno più etico che estetico.
W: Quali sono le differenze essenziali tra le tue
opinioni e quelle di Le Corbusier e Kahn nella loro generazione?
B: La differenza fra la mia generazione e quelle precedenti
è che noi siamo maggiormente in grado di capire i limiti dello sviluppo
tecnologico, di valutare i pericoli inerenti a questo sviluppo. Non possiamo
più a lungo eludere problemi come l'equilibrio ambientale, la scarsità delle
risorse energetiche, l'inquinamento e così via.
W: Ordine geometrico, senso del luogo, tettonica del
mestiere e dei materiali, importanza della luce sono temi che hai posto
parlando della tua opera. Puoi dire qualcos'altro in merito?
B: Risponderò punto per punto. Prima di tutto l'ordine, per
me, è la matrice di ogni artificio; è il concretizzarsi del pensiero, della
ragione, in relazione al mondo naturale. L'architettura è l'attività che
trasforma la natura in cultura. L'ordine, spesso basato sulla geometria, è il
veicolo di quest'atto di trasformazione. Amo l'elemento di ordine, di
ragionamento, come un aspetto e uno strumento per controbilanciare il mondo naturale.
La giustapposizione di un elemento artificiale con uno naturale crea un rapporto
e uno scontro che caratterizza nella sua intensità l'evento architettonico.
Secondo, il senso del posto o del sito. Il primo gradino
dell'atto architettonico è la presa di possesso del sito. È un atto cosciente
di trasformare un unicum, una consapevolezza che fonda il nuovo intervento
nella geografia, nella storia e nella cultura di un particolare sito.
L'architettura è la costruzione di questo sito. Non ci può essere indifferenza
verso il sito. È il vero territorio dell'architettura e la condizione primaria
che determina le leggi con cui si costruirà.
Terzo, la costruzione e i materiali sono gli strumenti
dell'arte stessa. Senza costruzione non c'è architettura; e la costruzione è
realizzata per mezzo di strutture e materiali. Amo considerare il bisogno
fisiologico di protezione implicito in architettura in quanto correlato all'uso
e alla percezione dei materiali. Quando mi avvicino ad una vecchia costruzione
sento il bisogno di averci un rapporto tattile, di verificare la sua solidità,
la sua costituzione, la sua superficie. È parte del bisogno primitivo dell'uomo
di conoscere e distinguere i vari elementi del suo proprio spazio. Perciò cerco
di esprimere ogni costruzione e ogni tipo di materiale per quello che realmente
è. Non ci sono materiali buoni o cattivi; i materiali sono ben usati o male
usati.
E quarto, la luce è la vera generatrice dello spazio. Senza
la luce non c'è spazio. Amo usare la luce come il concetto portante della
composizione. La geometria viene poi di solito come componente meramente
strumentale subordinata alla luce, mentre è la luce a determinare la gerarchia
della composizione. La simmetria e la geometria servono inoltre come elementi
di bilanciamento per la luce. La luce lega fisicamente l'architettura ai cieli
e al cosmo: è l'elemento che dà corpo alla nozione di architettura come entità
che sta tra la terra e il cielo. Credo che questo sia il principale ruolo della
luce nella mia opera.
W: Vuoi commentare il ruolo nella tua opera di certe
immagini simboliche e psicologiche, in particolare la tensione fra unità e
frammentazione, forme "maschili" e "femminili", chiusura e
apertura. Sono temi puramente autobiografici o li vedi importanti in un
contesto culturale più ampio?
B: Il significato simbolico, psicologico e culturale della
mia opera rappresenta i diversi aspetti interpretativi dello stesso problema
(la realtà dell'oggetto architettonico) che, come tutti i messaggi, può avere
interpretazioni diverse.
È vero che c'è un tipo di equilibrio nella mia opera tra
solido e vuoto. Non è cercato consciamente. È un risultato indiretto di cui mi
accorgo solo quando l'opera è finita. È una questione di equilibrio, non altro:
una forma di staticità del volume, della tensione, dello spazio. Forse è un
bisogno inconscio di ridare un suo equilibrio all'oggetto architettonico. Le
forme maschili e femminili sono forse un modo di riscoprire una unità fra
solido e vuoto, nero e bianco, e altre analoghe coppie di opposti. Per esempio:
credo che il bisogno primario della casa è un bisogno di protezione, ma credo
anche che esista, dentro la casa, il bisogno di proiettarsi all'esterno. Questa
è forse la ragione per cui, nella mia opera, coesistono le due cose: il bisogno
di racchiudere e il bisogno di spingersi fuori.
Se poi sia autobiografico o no, penso che l'autobiografia
cela sempre opinioni più ampie. Credo che in quanto architetto del mio tempo
interpreto bisogni generali anche se spesso nascosti. Ma posso interpretare
tali bisogni solo alla luce della mia storia personale: che è ad ogni modo
focalizzata verso temi ampi, generali.
W: Per Kahn un sistema strutturale logicamente articolato
era prioritario. Nella tua opera, i sistemi strutturali e la logica strutturale
non appaiono della medesima importanza. Quali sono le tue priorità?
B: Sono d'accordo che per Kahn la questione della struttura
è molto importante, nella mia opera non penso lo sia più che tanto. Nel mio
caso il fattore più importante nella elaborazione di un progetto è il desiderio
di rispondere a un particolare contesto. Spesso subordino la struttura a questa
preoccupazione primaria che è il bisogno di avere un dialogo, un discorso col
contesto. Per esempio nel mio edificio d'angolo a Lugano, il desiderio di
rispondere alla specifica situazione - la piazza diagonalmente di fronte
all'edificio - mi ha fatto rompere la struttura statica. In un certo senso
l'edificio, col suo volume, risponde a due distinte condizioni: il desiderio di
enfatizzare l'angolo stesso come un forte punto di riferimento, e il desiderio
di stabilire una connessione con la città esistente.
Credo che oggi ci sia bisogno di immagini, di emozioni in
architettura; il bisogno che l'architettura parli di nuovo alla gente, che
divenga di nuovo "presenza", che diventi materiale, che riacquisti
un significato che talvolta può essere erotico; il bisogno di ristabilire una
partnership con la gente, dopo anni e anni nei quali l'architettura era così
asettica, così distante, dopo che lo Stile Internazionale aveva distrutto ogni
possibilità di comunicazione. In questo senso le condizioni per il mio lavoro
sono diverse da quelle di Kahn, per cui la struttura aveva una autonomia, una
importanza di per se stessa. Potrei aggiungere che per me il significato più
profondo di un oggetto architettonico sta nella relazione che è in grado di
stabilire col contesto più che nell'oggetto in sé. Le relazioni spaziali che
determina sono più importanti dell'oggetto in sé.
W: Che significato dai al movimento verso l'assialità e
la centralità nella tua opera?
B: Io stesso mi stupisco speso di questo ricorrere
dell'assialità nella mia opera. Quando inizio un progetto mi sento spesso di
rompere questa assialità; poi, durante il processo di creazione, torna da sola,
più forte di prima. La trovo là sul mio tavolo da lavoro, come una sorta di
presenza totemica che rinasce ogni volta più forte dell'ultima, proprio quando
vorrei negarla. Non riesco a spiegarmi perché. Potrebbe dipendere da una
ricerca di equilibrio o di luce; forse è legata alla nozione di monumento. L'architettura
è monumento, per sua natura. Forse l'assialità aiuta a recuperare questo senso.
Forse vien fuori da un bisogno di orientamento, per creare un punto di orientamento
facilmente riconoscibile, un punto focale. Forse dipende da tutte queste cose
insieme. O forse è solo che non riesco a risolvere queste contraddizioni, perché
quando vorrei distruggere questi elementi loro ritornano perché sono più forti
di me. Questo mi fa pensare ad Alberto Giacometti quando diceva: "Che
pazzo sono! Faccio sempre la stessa testa e non mi riesce mai."
Credo che ogni evento architettonico debba avere una unità
propria. Quel che mi piace dell'architettura del passato è l'immediatezza con
la quale posso riconoscere ogni singolo elemento. Ogni frammento, ogni
elemento, sempre si riferisce all'intero. L'abilità nel portare la gente a
riferirsi all'intero è un segno della grandezza dell'architettura del passato.
Da un dettaglio è possibile afferrare il tutto. Nell'architettura moderna c'è
ancora bisogno dell'immediatezza nel messaggio, che deve trascendere la
complessità delle funzioni e delle altre esigenze da soddisfare. Mi piace
afferrare il tutto con una sola occhiata.
Credo che l'assialità nella mia opera non sia mai
superficiale. Mette in grado di entrare in profondità. È come un obiettivo
fotografico che ha bisogno di un centro per percepire la profondità. Così in
mezzo a queste leggi io sento attualmente di poter ottenere uno spazio più
espressivo. Ho bisogno di questo tipo di blueprint, di questo percorso, per esplorare varie esperienze
differenti. Mi piace esplorare diverse esperienze spaziali entro questa
cornice. È come lavorare con una struttura, o essere dentro al corpo di un
mammifero con la sua colonna vertebrale, attorno alla quale si può lavorare
alle varie parti. Mi piace che ogni edificio abbia una propria spina dorsale.
W.: Storicamente l'architettura ha dato enfasi ai
precedenti e alle convenzioni. Con l'avvento del MM, l'architettura ha invece
posto in rilievo l'invenzione. Nella tua opera pare che ci siano sia precedenti
storici che modernisti, così come una tipologia interna in evoluzione. Vuoi
parlarci dei ruoli che i precedenti e l'invenzione giocano nel suo modi di
progettare?
B: I moderni avevano davanti agli occhi il miraggio di
un'invenzione senza fine. Credo non ci possa essere alcuna attività creativa
senza invenzione da un lato e convenzioni dall'altro. Penso che ogni atto
creativo comprenda questi due aspetti. Questa è la ragione per cui non parlo
dell'atto architettonico in termini di conservazione o di innovazione, ma in
termini di modificazione, di cambiamento. Per fare un esempio, penso che la
pittura di Klee, Picasso, Morandi o Giacometti sia un tipo molto arcaico di
pittura, oltre ad essere un tipo di pittura innovativo. Credo che in architettura
ci sia sempre, insieme, una novità del vecchio e un'archeologia del nuovo.
W: Vuoi toccare altri argomenti?
B: Voglio solo concludere dicendo che dell'architettura amo
pure gli aspetti che non si lasciano catturare dalle parole.
[1] [Titolo originale «Interview with Mario Botta», in S. Wrede, Mario Botta, The Museum of Modern Art, New York, catalogo della mostra, nov. 86 - feb. 87].