In un mio precedente scritto, «Le stelle dell'architettura», ho esplorato i criteri che la Guida Michelin adotta per decidere quali opere di architettura meritano una nostra visita. Ho fatto notare come l'antichità, la nobiltà della destinazione, la grandiosità, la decorazione e gli sfoggi costruttivi fossero le qualità più apprezzate e dunque quelle che immancabilmente determinano se un'opera merita o meno una menzione.
Quello che tenterò di dimostrare ora è che questi criteri non derivano dal mirare a un risultato facile, dal voler "dar carne alle belve", ma piuttosto dall'accettare principi di valutazione che vengono inculcati già nelle scuole superiori, a prezzo di duri sforzi e di minacce di bocciatura.
Basta vedere, per convincersene, il popolare libro Ars, di Enrique Bagué e J. Vicens Vives, adottato come testo in molte scuole per il corso di storia dell'arte del 6° anno. L'ho scelto perché tra i numerosi libri di testo esistenti è forse quello che gode del maggior prestigio per la considerazione che merita il suo autore, Vives, ormai defunto.
Come nella Guida Michelin, dove solo un 5% delle menzioni riguardano opere posteriori al XVII secolo, l'antichità è uno degli attributi più apprezzati. Basta contare le righe che dedica ai vari secoli: 115 al XV, 88 al XVI, 75 al XVII, 61 al XVIII, 25 al XIX e 9 al XX. I numeri parlano da soli: più un'architettura è vecchia, più spazio le vien dato. Il testo dedicato a un edificio antico è breve solo quando gli scarsi resti che ne rimangono non permettono un maggior approfondimento. Comunque dedica all'architettura mesopotamica 34 righe e all'egiziana 44, cioè 4–5 volte lo spazio concesso al XX secolo. Lo scarso valore attribuito al moderno appare poi evidente dal fatto che dei cinque architetti citati (Le Corbusier, Gropius, Mies, Wright e Niemeyer), quattro son già morti e non certo in giovane età, come il testo potrebbe far supporre.
Nella Guida Michelin e in Ars esiste una totale coincidenza fra numero di citazioni e destinazione d'uso, che in entrambi i casi è la seguente: architetture religiose 55%, architetture civili 30%, altre 15%. Tutto quel che ho detto a proposito della preferenza della Guida per gli edifici a destinazione nobile ed elevata si applica altrettanto bene al nostro libro. Fra le architetture religiose, per es., le cattedrali sono sempre le preferite e si accaparrano da sole la metà delle citazioni. Quando si parla del gotico catalano, i nomi delle cattedrali di Barcellona, Girona e Maiorca sono citati a lettere maiuscole, mentre la chiesa di Santa María del Mar appare semplicemente in corsivo.
La preferenza per l'architettura a destinazione elevata è ancor più significativa se teniamo conto che Ars fa la storia non solo dell'arte, ma anche della cultura. Questo ampliamento del campo di studio suggerirebbe di prestar attenzione a tutti gli aspetti dell'habitat, anche a quelli che non hanno interesse artistico. Ma non è così. I riferimenti alle abitazioni del popolo sono scarsissimi. C'è solo una piccola spiegazione della casa romana e una menzione alla vita dell'uomo paleolitico.
In Ars il valore
attribuito alla grandiosità non raggiunge gli eccessi della Guida Michelin, ma
è comunque significativo. Il testo è ricco di accenni alla grandiosità, come si
può vedere dal seguente brano: Gli egiziani furono i primi
costruttori che innalzarono grandi edifici di pietra, sostenuti da colonne
sulle quali si appoggiavano blocchi di pietra orizzontali. Questo tipo di
architettura, detta 'architravata', che non conosce l'arco e la volta, ha in
Egitto i grandiosi esempi dei templi di Karnak e di Luxor, a Tebe, costruiti
nell'epoca di maggior splendore, quella dell'Impero Nuovo. Comprendevano un
gran cortile scoperto la cui porta gigantesca era fiancheggiata da due torri o
'piloni' …
I riferimenti a edifici concreti sono molto succinti dato che rare volte occupano più di due o tre righe di testo. La maggior parte degli edifici deve accontentarsi di venir citato. In due o tre righette se è possibile viene sottolineata la grandiosità dell'edificio. Della cattedrale di Siviglia ad es. si dice solo che con le sue cinque navate è uno dei templi più spaziosi della cristianità. E la cattedrale di Léon iniziata sotto Alfonso il Savio e terminata nell'ultimo terzo del secolo XIII, mostra un'eleganza e una grandiosità paragonabili a quelle delle più belle e squisite cattedrali del Nord della Francia.
Il valore attribuito alla grandiosità è evidente nella scelta delle opere che vengono citate. Così l'architetto del XX secolo che merita la maggior attenzione (una riga di testo) è Oscar Niemeyer, senza dubbio perché lo si può citare come autore dell'Helicoideo di Caracas e della nuova città di Brasilia.
Il valore della decorazione nella Guida Michelin è altissimo. Le descrizioni degli edifici sono in realtà rassegne dei loro elementi decorativi e strutturali. In Ars invece, essendo trattate separatamente le altre arti (pittura, scultura, mosaico, ecc.), la decorazione sembra avere meno valore. L'architettura deve definirsi e spiegarsi principalmente tramite gli elementi e i caratteri suoi propri. A ogni modo gli elementi decorativi continuano ad avere un ruolo importante. La spiegazione degli stili architettonici è unicamente basata sulla decorazione: si veda ad es. quel che dice degli stili che fiorirono in Spagna nel XV e XVI secolo (gotico fiammeggiante, mudejar, Isabelino, plateresco, Cisneros, purista e herreriano), del barocco, del rococò e del neoclassicismo.
Considerato che il libro deve sviluppare tutta la storia
dell'arte e della cultura, l'ampio spazio dedicato agli ordini greci può
anch'esso interpretarsi come un sintomo dell'alta considerazione in cui vien
tenuta la decorazione. L'ordine dorico, per es., vien così descritto: I
grandi templi dell'epoca arcaica e il Partenone di Atene (V sec.) appartengono
all'ordine dorico. Avevano pianta rettangolare. Le colonne, senza base, erano
scanalate. Il capitello era composto da due parti: l'echino e l'abaco. La
copertura di questi templi, o trabeazione, presenta un'architrave liscia; poi
un fregio, con elementi sporgenti, chiamati triglifi, ed elementi rientranti,
adornati generalmente con bassorilievi, chiamati metope; e inoltre una cornice
che terminava in una cimasa, canale di pietra che correva lungo il bordo del
tetto per raccogliere l'acqua piovana. Lo spazio triangolare tra cornice e
cimasa si chiama frontone e vien di solito adornato in modo ben integrato
all'architettura.
L'unico corsivo impiegato nel testo per sottolineare la
qualità di un'opera architettonica riguarda la cattedrale di Gerona che, iniziata
al principio del XIV sec., con una soluzione molto originale risolve in una
navata unica, la più ampia di tutta l'arte gotica, le tre navate in cui è
diviso il deambulatorio. Per l'ostentazione
costruttiva, Ars sente senza
dubbio un singolare trasporto. Le spiegazioni circa un determinato tipo di architettura
prediligono i componenti che possiedono una maggiore spettacolarità strutturale.
Così si può leggere nel testo il seguente paragrafo: l'architettura
gotica tendeva a liberarsi al possibile dalla schiavitù dei materiali. Ciò la
spingeva ad alzare sempre più in alto le volte, a ingrandire le finestre, a
moltiplicare i bordi delle aperture, le guglie e i pinnacoli. Al culmine di
questa tendenza, i costruttori del XV secolo non si accontentarono più della
volta a crociera, ma derivarono da questa forme molto più complicate, ma più
deboli e graziose, come le volte a sei parti, reticolate e stellate; mentre gli
archi acuti di porte e finestroni subivano numerose varianti (archi dentellati
e Tudor inglesi) e la decorazione si complicava.
Il testo presenta poi l'evoluzione della struttura gotica come conseguenza dell'intenzione di arrivare al massimo della difficoltà liberandosi al possibile dalla soggezione ai materiali, nello stesso modo in cui in equilibrista circense tenta di liberarsi dalla legge di gravità.
Il gotico non è certo un caso isolato di ammirazione del
libro per l'esibizione strutturale. La ritroviamo quando parla
dell'architettura rinascimentale: Dal principio del XV secolo gli architetti
fiorentini rifiutarono le strutture gotiche e tentarono di riadottare le forme
che avevano elaborato gli antichi. Completando un'opera che era stata cominciata nel XIV sec.,
Brunelleschi (1377–1446) coronò con una superba cupola ispirata al Pantheon la
cattedrale fiorentina di Santa Maria del Fiore.
I criteri di valore della Guida Michelin e di Ars sono dunque praticamente identici. Se si presentasse all'esame di maturità l'autore, anonimo, della Guida otterrebbe senza dubbio una eccellente votazione. Anche perché è probabilmente un dotto professore di liceo o di università. A ogni modo c'è qualche differenza fra la Guida e il libro, forse dovuta al fatto che sono destinati l'una a turisti in vacanza e l'altro a studenti che devono passare un esame. Ars, contrariamente alla Guida, non attribuisce alcun valore al pittoresco, quella specie di 'controvalore' che permette di apprezzare l'architettura popolare tradizionale. Per Ars esistono unicamente l'arte e la cultura di tradizione colta; le tradizioni popolari, eccetto che per la preistoria, vengono completamente ignorate. È sorprendente che esistano ancor oggi delle così grandi lacune, frutto dell'accademismo che affligge l'insegnamento.
Ars si differenzia dalla Guida anche per l'affetto che porta per i nomi degli elementi architettonici (ricorderete quel che dice sull'ordine dorico e sull'evoluzione dell'architettura gotica), come per quelli degli autori e degli edifici. Normalmente, per dar loro più rilievo, appaiono in corsivo o in maiuscolo, come si vede nel seguente esempio: L'architettura barocca in Spagna fu iniziata da una serie di architetti che seguivano le orme di Herrera e che iniziarono a coprire di dettagli ornamentali gli edifici, prima con una certa timidezza, poi con maggiore disinvoltura. Così l'italiano Crescenzi, che iniziò al principio del XVII sec. la decorazione del Panteón dell'Escorial; il frate gesuita Francisco Bautista, che incarna il trapasso dall'herrerismo al barocco nel San Isidro el Real di Madrid; Juan Gómez de la Mora, le cui opere più importanti hanno il medesimo significato: la Clarecía o Collegio dei Gesuiti di Salamanca, e il progetto della Plaza Mayor di Madrid. L'impulso decisivo verso il barocco pieno si deve al pittore e scultore Alonso Cano (1601–1667), autore della facciata principale della cattedrale di Granada…
Il testo non è altro che un banale elenco di nomi di autori e di opere con il minimo indispensabile di collegamento discorsivo per renderlo leggibile. Rivela chiaramente che l'interesse maggiore va ai nomi, non alle opere. Si preferisce riempire il testo di nomi che non c'entrano con l'architettura, piuttosto che spiegar meglio quest'ultima. La non–relazione con l'architettura arriva a tal punto da farmi ritenere che uno studente privo di precedenti conoscenze non riesca in alcun modo a collegare il testo del libro con la realtà degli edifici che ha attorno. Al contrario la Guida Michelin centra sempre le sue descrizioni sulle opere architettoniche che suppone si stiano visitando in quel momento. I nomi degli autori hanno un ruolo secondario o vengono addirittura omessi.
In Ars l'autore appare generalmente in maiuscole. È tanto forte il distacco dall'opera che al momento di decidere a chi dare la maggiore importanza, se al nome dell'opera o a quello dell'autore, il libro propende per quest'ultimo. L'opera deve accontentarsi di esser citata in corsivo. Quel che è realmente incongruo in Ars è che avendo deciso di privilegiare i nomi, si trascuri poi la loro ortografia. Se si devono imparare dei nomi, che per lo meno siano corretti. Invece dei cinque architetti del XX sec. che si citano due appaiono con errori d'ortografia. Due volte si cita Le Corbusier, scrivendolo in due modi diversi ed entrambi scorretti: ha fatto male Charles Eduard Jeanneret a scegliere questo pseudonimo: se avesse deciso per Courvoisier, come il cognac, ci avremmo guadagnato tutti.
Potrei proseguire in questa analisi di Ars, ma mi pare sia pienamente dimostrata la mia tesi iniziale secondo cui la Guida Michelin e Ars seguono il medesimo criterio per valutare l'architettura. Le differenze fra le due pubblicazioni sono minime ed evidenziano se mai una maggiore sensibilità della Guida per la realtà architettonica.
[1] [Titolo originale «Aprendiendo de donde se debe aprender o de cómo se forma el amor por la arquitectura», 1974, in Las estrellas de la arquitectura, Tusquets, Barcelona 1975, pp. 125–134].