Quando i suoi genitori commissionano a Le Corbusier le
due case di Neuilly, nel 1952, Marie Jaoul ha 6 anni. Ci va ad abitare
quattr'anni dopo, con i genitori e i due fratelli. Ci vivrà fino ai 19 anni.
Oggi torna a quel periodo con la memoria e racconta come le sia difficile distinguere,
nei suoi ricordi, fra i rigori dell'architettura e quelli della famiglia. Sua
figlia Alice ha pure conosciuto la casa, che lei chiama la "casa di Nadine"
dal nome della nonna. Testo raccolto da François Barré.
I miei genitori desideravano molto farsi costruire una casa
su di un terreno appositamente comprato a Neuilly e avevano incaricato del progetto
l'architetto Wogensky, allora capo studio di Le Corbusier. Quando Corbu lo venne
a sapere diventò folle di rabbia. In effetti i miei genitori non avevano osato
chiederla a lui…
In cantiere si sentiva sempre la sua voce rauca e brontolona
che dava ordini. Era impossibile imporgli qualunque cosa, benché avesse detto:
«Faremo insieme questa casa». Ma appena uno osava proporre qualcosa, lui
rispondeva: «Taci sciocchino, so io cosa ci vuole per te». E tuttavia la casa
fu fatta veramente insieme, come lui aveva promesso. Un giorno Le Corbusier mi
chiese: «Vorresti una camera tutta per te, senza stare coi tuoi fratelli?» È la
sola cosa che mi abbia mai domandato. Gli risposi che preferivo stare da sola.
Mi disse: «Va bene, avrai una stanza tutta per te, vedrai».
La prima volta che la vidi in costruzione, notai che era
molto estesa, ma solo in lunghezza. Ero molto delusa, perché avevo l'impressione
che fosse un corridoio. Mi dissi: «È ben strana!»
I compagni di scuola mi dicevano: «Ma perché abiti in una
fabbrica, i tuoi genitori sono così poveri?» Credevano fosse una fabbrica
perché non era una casa rifinita come le altre. Mi dicevano anche: «Ah! È una
brutta casa, i mattoni, e poi tutto il resto…» Io ribattevo: «È stato un
architetto molto conosciuto e famoso a farla». Ma in verità non ero orgogliosa
di abitarci. Le case che mi piacevano erano quelle di Rue de Longchamp. Oggi
sono state tutte demolite, ma erano case nascoste sotto il glicine, al riparo
in fondo a fitti giardini più o meno abbandonati e con dei balconi in legno
dipinto, oppure in cemento lavorato come fosse legno. Queste sì, queste mi piacevano.
Mi sembrava che della gente misteriosa avesse abitato là per secoli, segretamente.
Avrei voluto una casa così, una piccola casa di campagna piena di tenerezza.
Nella casa di Corbu non potevo vivere appartata. Prima avevamo abitato tutti
insieme, i nonni, gli zii, i miei genitori e noi, in un grande appartamento
pieno di domestici. Ci avevano dimenticato, noi che eravamo piccoli – i miei
fratelli e me – in una piccola stanza in fondo all'appartamento. Una specie di
governante molto gentile, una cugina di famiglia, si occupava di noi e cantava
con noi. Era giovane e ci adorava. Vedevamo poco i nostri genitori.
E invece, all'improvviso, nella casa Jaoul, uno shock
terribile, perché ci siamo ritrovati soli in famiglia, in una situazione che non
avevamo mai vissuto prima. E non c'era più la governante. Le Corbusier aveva
detto: «Basta con i domestici, è finita. È la moglie che cucina, tutti gli
spazi sono aperti e lei può comunicare con la famiglia mentre prepara i suoi
pranzetti». Tutto era stato deciso da lui. Me lo ricordo. Lui pensava: «Ecco
una bella famigliola, li mettiamo tutti insieme, papà, mamma e i bambini, e
saranno molto felici». In verità mio fratello maggiore è stato contento,
l'altro non so. Ma io detestavo la vita comunitaria e avevo perduto il mio
spazio privato, proprio quando entravo in possesso di una stanza tutta mia. Il
fatto che adesso io viva da sola lo devo forse a quell'esperienza.
Mi sono spesso chiusa a chiave nella mia stanza per leggere
tutta la notte, senza far rumore per paura che i genitori mi scoprissero. Nell'appartamento
di prima nessuno poteva controllarmi, qui si vedeva tutto. I miei genitori
erano molto severi e molto amanti della disciplina. La casa era piena di angolini,
ma erano tutti aperti…

Le Corbusier, Maison Jaoul, Neully sur Seine, 1954-56. Piante dei piani terra, primo e secondo.
Al primo piano: 1 Camera di Marie Jaoul; 2 Camera dei genitori.
Mi domando se Le Corbusier avesse veramente riflettuto sulla
famiglia. Perché io sentivo tutto. Nella casa ci sono dei tramezzi di legno o
di mattoni, ma io sentivo tutto quello che facevano i miei genitori, perché
solo un armadio a muro ci separava. Ne ho un ricordo molto preciso. Tutte le
mattine sentivo l'acqua scorrere nel bagno e l'acqua corrente si sentiva in
entrambe le case. Non ho idea di come fossero fatti gli impianti, ma era una
cosa un po' folle. Io detestavo questa intimità. Sapere sempre chi faceva cosa
e quando.
E in più c'erano, in quella casa, dei problemi
d'illuminazione. Era proprio mal illuminata. La sua luce naturale era triste,
anche se bella. La suddivisione data dai pannelli e il taglio delle finestre
lasciavano filtrare il sole a tratti, ma il resto rimaneva in penombra.
Soprattutto al pianterreno.
D'inverno io rientravo verso le cinque, quando diventava
buio. La casa era nera. Con tutti quei piani, non si potevano accendere tutte
le luci. Vi era silenzio e noi cominciavamo subito a bisbigliare. Questo faceva
molto innervosire la mamma: «Tacete! E tu, Marie, smettila di ridere così…».
Dopo la scuola non mi andava di tornare a casa. Non avevo il
permesso di portarci gli amici, preferivo andare io da loro, trovavo che era
più bello, e in ogni caso più umano. Da me non c'erano angoli segreti, una
storia d'amore era impensabile perché tutto era sotto sorveglianza. Ciascuno
viveva costantemente sotto lo sguardo degli altri, in uno spazio dove tutto era
in comunicazione. Non mi piace la mia infanzia, quando ero una piccola borghese
viziata, una faccia da schiaffi come tutti i bambini di quel ceto sociale.
Corbu non sapeva niente di tutto ciò, forse non conosceva molto bene la vita
quotidiana delle famiglie. È strano, perché oggi amo molto questa casa, mi
sollecita malgrado tutto dei ricordi…
Non ci si accorgeva che la casa fosse appena ultimata. Lo
spazio nuovo esisteva davvero, ma io non capivo perché le volte e i mattoni fossero
così sporchi. Era colato giù del cemento e Le Corbusier ne aveva fatto un
dramma terribile: «Ma che cos'è questo lavoro, è uno schifo!». E poi, alla
fine, aveva detto: «Bene, è la vita. È così. È molto bello».
Ho osservato per notti intere la volta in mattoni della mia
camera; vi si disegnavano degli animali, in particolare una giraffa, che dovevo
ritrovare e salutare ogni sera prima di addormentarmi. Ero scioccata dal
miscuglio di materiali. Non mi piaceva affatto il calcestruzzo, trovavo che non
fosse un materiale nobile, ma amavo molto i mattoni e avrei voluto che tutta la
casa fosse in mattoni o intonacata di bianco.
Non avevo giocattoli, la mia sola distrazione era la
lettura. Rubavo i libri dei miei genitori. Ho letto Sade a 12 anni, la
letteratura inglese, russa, la Comédie Humaine e Proust tra i 12 e i 16 anni.
Lo studio di mia madre, posto nella parte alta della casa,
dove c'era un pianoforte, si apriva su due terrazze molto pericolose. Non
avevano ringhiere ed erano così convesse che non si poteva correre senza il
rischio di cadere giù. Noi giocavamo nel giardino. Andavamo in bicicletta e
giocavamo a pallone. Mi ricordo che regalarono un melo a mia madre, per il suo
compleanno. Il giardino era più disegnato, più formale, dalla parte della
nonna. Le Corbusier si era servito di un cumulo di terra risultante dai lavori
di scavo per fare una specie di collinetta in miniatura, coperta di erbetta.
D'inverno ci sciavamo. Ma ci sgridavano perché c'erano dei fiori e noi,
rotolandoci dall'alto in basso della montagnola, strappavamo tutto!
Ero piuttosto dotata per il disegno. Come tutti i bambini,
disegnavo delle case. Prima di arrivare là, disegnavo case con tetti e camini.
Quando ci stabilimmo nella nuova casa di Corbu mia madre disse: «Non si fanno
più i tetti sulle case, una casa è una serie di cubi ecc..». Mi ha totalmente
condizionato. Disegnava molto bene. C'erano in casa dei quadri che rispondevano
al suo gusto, Dubuffet, Soulages, Crotti, Duchamp, Picasso, ma niente per i
bambini. A me piacevano molto i quadri di Dubuffet, perché, almeno,
rappresentavano qualche cosa. Non avevamo il permesso di imbrattare i muri. Io
avevo davanti al mio letto una parete blu e mi dicevano sempre: «Non hai nessun
bisogno di attaccare dei disegni sui muri, ammira questo pannello blu, è bello
di per sé». Va bene, il blu era bello, ma… Questa casa mi è sempre sembrata
molto triste, molto bella. Bella e triste come un museo. Era la casa a dettar
legge. Il posto per ogni cosa vi era già deciso a priori, e lo stesso per le
persone. Era difficile essere vivi, là dentro. Eravamo come delle sculture.
Arriva Alice, la figlia di Marie Jaoul, e le chiedo se
ama la casa dei suoi nonni.
Così così. Mi piace andarci perché c'è Nadine… Amo i mobili,
posso nascondermi dietro… e in giardino amo le pratoline… Ma non amo per nulla
com'è fatta… somiglia a un coso, un disegno, uno schema che si dà a un allievo
quando gli si dice di prendere delle misure qui e là. Troppo geometrica, troppo
ordinata. Non è viva, non è normale. Qui (si riferisce all'appartamento di
sua madre in Place des Vosges) è classico,
è normale… è un casino!
Marie Jaoul ripende il filo dei suoi ricordi.
Il primo anno che ci trasferimmo, i mobili venivano dal
nostro vecchio appartamento. Poi a poco a poco i miei hanno acquistato dei «Le
Corbusier». Lui aveva detto: «Siete una famiglia con tre figli, non rompetemi
le scatole, non mi serve sapere altro».
[1] [NdT: Marie Jaoul de Poncheville ha studiato filosofia, etnologia e psicologia. Ha iniziato come giornalista, ha poi fondato con François Truffaut la casa editrice "5 Continenti" e proseguito come regista di documentari e film ambientati in Mali ("La projection", 1999) e soprattutto in Asia centrale: "Lung Ta: les cavaliers du vent" (1989), sul Tibet dopo la sanguinosa repressione della rivolta di Lhasa, due docu-fiction girati in Mongolia ("Molom" nel 1992 e "Yönden" nel 2003) e “Tengri: le bleu du ciel" (2008), una storia d'amore tra nomadi nelle steppe del Kirghizistan, candidato nel 2009 all'Oscar come migliore film straniero assieme ad altri 66 fra cui "Gomorra" di Matteo Garrone (il premio fu poi assegnato al giapponese "Departures" di Yojiro Takita). Marie Jaoul ha anche recitato in vari film: "La chambre verte" (François Truffaut, 1978), "La memoire courte" (Eduardo de Gregorio, 1979), "Wuthering Heights (Hurlevent)" (Jacques Rivette, 1985), "Un amour á Paris" (Merzak Allouache, 1987). E ha pubblicato due libri: "Sept femmes au Tibet" (1989) e "Le chaman et l'énfant" (1995)].
[2] [NdT: da L'Architecture d'Aujourd'hui, n. 204, 1979, pp. 85-86].