Similitudine

 

 

Se cerchi in rete "principio di similitudine", trovi una miriade di voci che riguardano per lo più l'omeopatia, quella non-scienza basata sull'antico (e falso) principio del similia similibus curantur (o curentur)[1]. Niente o quasi trovi riguardo al principio omonimo, ma enormemente più significativo, di cui tratto in questo capitolo e che fu espresso per la prima volta in modo chiaro da Galileo Galilei. Oggi quando lo sentiamo enunciare ci sembra semplice: afferma che se aumentiamo le misure lineari di qualsiasi cosa (un essere vivente, un oggetto, un elemento costruttivo), le superfici e il volume cresceranno rispettivamente con il quadrato e il cubo delle dimensioni lineari. Lapalissiano, ma gravido di conseguenze, cui non aveva pensato neppure Leonardo da Vinci! E che noi a tutt'oggi non abbiamo ancora pienamente digerite.

Ma torniamo a Galileo. Or vegghino - scrive nel 1638 - l'impossibilità di poter non solamente l'arte, ma la natura stessa, crescer le sue macchine a vastità immensa: sí che impossibil sarebbe fabbricar navilii, palazzi o templi vastissimi, li cui remi, antenne, travamenti, catene di ferro, ed in somma le altre lor parti, consistessero; come anco non potrebbe la natura far alberi di smisurata grandezza, poiché i rami loro, gravati dal proprio peso, finalmente si fiaccherebbero; e parimente sarebbe impossibile far strutture di ossa per uomini, cavalli o altri animali, che potessero sussistere e far proporzionatamente gli uffizii loro, mentre tali animali si dovesser agumentare ad altezze immense, se già non si togliesse [=prendesse] materia molto più dura e resistente della consueta, o non si deformassero tali ossi, sproporzionatamente ingrossandogli, onde poi la figura ed aspetto dell'animale ne riuscisse mostruosamente grosso.

 

 

E per un breve esempio di questo che dico, disegnai già la figura di un osso allungato solamente tre volte, ed ingrossato in tal proporzione, che potesse nel suo animale grande far l'uffizio proporzionale a quel dell'osso minore nell'animal più piccolo, e le figure sono queste: dove vedete sproporzionata figura che diviene quella dell'osso ingrandito. Dal che è manifesto, che chi volesse mantener in un vastissimo gigante le proporzioni che hanno le membra di un uomo ordinario, bisognerebbe o trovar materia molto più dura e resistente, per formarne l'ossa, o vero ammettere che la robustezza sua fusse a proporzione assai più fiacca che ne gli uomini di statura mediocre; altrimente, crescendogli a smisurata altezza, si vedrebbono dal proprio peso opprimere e cadere. Dove che, all'incontro, si vede, nel diminuire i corpi non si diminuir con la medesima proporzione le forze, anzi ne i minimi crescer la gagliardia con proporzion maggiore: onde io credo che un piccolo cane porterebbe addosso due o tre cani eguali a sé, ma non penso già che un cavallo portasse né anco un solo cavallo, a se stesso eguale.[2]

Galileo mostra di aver capito perfettamente che la forma e le >proporzioni del "nobile animale", tanto amate dagli artisti (figg. 1, 2) e dagli storici dell'arte[3], non possono essere quelle dell'elefante, alto il doppio. Capisce che le zampe diventeranno ben più corte e grosse, ma non ci dice di quanto. Mentre è facile calcolarlo: raddoppiando le misure lineari dell'animale, il peso aumenta 8 volte (2 al cubo). E dunque le zampe, se vogliono reggerlo, dovranno avere una sezione resistente 8 volte maggiore, costringendo l'animale a cambiar forma in modo drastico: a diventare, appunto, un elefante.

 

 

2 - Analisi proporzionale del cavallo secondo Rob Krier (Architectural Composition, Rizzoli, New York & Academy, London 1988, p. 224).

 

 

3 – Canoni del cavallo secondo Pablo Tosto (La composición áurea en las artes plásticas, Hachette, Buenos Aires 1983, p. 268).

 

Se ingrandissimo ancora l'animale, raggiungerebbe presto una dimensione limite, quella dei più grandi dinosauri[4], oltre la quale che non ci sarebbero più gambe per reggerlo e consentirne la deambulazione[5]. Per crescere ulteriormente deve cambiar modo di sostenersi: la balena (quella azzurra arriva a 190 tonnellate e a 33,5 m di lunghezza) sta su con la spinta idrostatica. L'aveva ben capito Galileo: Ne gli aquatici – nota a p. 146 – avverrà l'opposto di quel che accade negli animali terrestri, cioè che in questi tocchi all'ossa a sostenere il peso proprio e quel della carne, e in quelli la carne regga la gravezza propria e quella dell'ossa.

Chiediamoci ora: se gli animali non si possono ingrandire a piacimento, perché innumerevoli libri, fumetti e film ce li propongono disinvoltamente ingigantiti? La risposta è semplice: perché il principio di similitudine è contro-intuitivo. Non ci arriviamo automaticamente, abbiamo bisogno di qualcuno che ce lo spieghi. E poi facciamo fatica ad applicarlo, a coglierne le implicazioni, che sono come vedremo notevolissime nel nostro mestiere di architetti.

 

 

4 – Il re di Brobdingnag (con le sembianze di re Giorgio III d'Inghilterra) osserva un Gulliver-Napoleone. Incisione del caricaturista inglese James Gillray (1756-1815).

 

Così Jonathan Swift ne I viaggi di Gulliver (1726) descrive due casi che implicano il principio di similitudine: in uno lo applica correttamente, nell'altro no. A Lilliput gli abitanti sono 12 volte più piccoli di Gulliver e gli scienziati locali si pongono subito il problema di quanto dovranno dargli da mangiare. Lo misurano, e dato che è alto 12 volte più di loro, scoprono correttamente che mangerà quanto 1.728 lillipuziani (cioè dodici al cubo). E che per fargli un vestito servirà tanta stoffa quanto per 144 lillipuziani (12 al quadrato).

Swift sembra aver capito il principio. Ma se lo dimentica platealmente quando fa sbarcare Gulliver a Brobdingnag, dove tutto è ingrandito di 12 volte: gli abitanti (fig. 4), le vespe contro cui deve combattere e l'aquila che alla fine lo rapisce. Se Swift avesse realmente digerito il principio di similitudine, si sarebbe immediatamente reso conto che quegli abitanti, quelle vespe e quell'aquila erano semplicemente impossibili. Infatti la sezione delle loro gambe, aumentata solo 144 volte, non poteva reggere un peso aumentato 1.728 volte. Mentre la superficie alare, per quanto allargata 144 volte, non avrebbe potuto sostenere in volo animali appesantiti ben 1.728 volte. Anzi: uomini e animali 12x, prima ancora di rompersi le gambe e di non riuscire a levarsi in volo, sarebbero soffocati alla nascita, trovandosi con una superficie polmonare aumentata solo 144 volte, dunque assolutamente non in grado di ossigenare un volume di sangue cresciuto 1.728 volte…

Il fatto è che Swift trova uomini e animali ingigantiti perfettamente plausibili. Esattamente come noi, che "ci caschiamo" ogni volta in cui, per impaurirci, film e fumetti di fantascienza ci mostrano animali cresciuti a dismisura in seguito a radiazioni, passaggio di meteoriti, inquinamento, esperimenti di scienziati pazzi, criminali o maldestri (fig. 5).

 

 

 

5 – Copertine di Edward V. Brown per Thrilling Wonder Stories, dicembre 1939.

 

Quanti ne abbiamo visti?[6] In Assalto alla Terra (Them!, di Gordon Douglas, USA 1954) ci sono formiche ingigantite a causa di radiazioni atomiche. Ne Il cibo degli dei (The Food of the Gods, di Bert J. Gordon, USA 1976) una misteriosa sostanza sgorgata dal sottosuolo di una fattoria fa crescere mostruosamente vespe, polli e topi. Ne L'impero delle termiti giganti (Empire of the Ants, di Bert J. Gordon, USA 1977), su un'isola alcuni turisti vengono assaliti e sterminati da insetti trasformati in mostri giganteschi per una mutazione radioattiva. Ne La tarantola (Tarantula, di Jack Arnold, USA 1955), sottoposta a radiazioni … una tarantola si ingrandisce fino a trasformarsi in uno spaventoso e pericoloso insettone.[7]

Ci sono poi gli scarafaggi giganti che invadono i sotterranei di New York in Mimic di Guillermo Del Toro; altri scarafaggi giganti che ossessionano il protagonista de Il pasto nudo di Cronenberg (1992), portandolo a uccidere la moglie; gli enormi insetti disegnati dal mago degli effetti speciali Phil Tippett – quello di Jurassic Park – combattuti dalla Fanteria dello spazio (Starship Troopers) di Paul Verhoeven, 1997; le formiche che uccidono a fini ecologici in Fase IV: distruzione Terra (Saul Bass, 1973); i ragni che seminano morte e terrore in Aracnophobia (Frank Marshall, 1990); gli insettacci capaci di autocombustione in Bug insetto di fuoco (Jeannot Szwarc, 1975); le api assassine della Invasione delle api regine; i vermi famelici de I carnivori venuti dalla savana ecc. ecc.

Le "temibili" bestiacce ci vengono inevitabilmente mostrate mentre rincorrono e ingoiano persone urlanti, distruggono grattacieli, saltano a enormi altezze e afferrano elicotteri in volo. E invece quegli impossibili animali non dovrebbero farci paura, ma solo pena, o farci ridere.

Il principio di similitudine spiega moltissime cose, oltre alla forma degli animali in relazione alle loro dimensioni. Ad esempio spiega perché - come dice Galileo - se il cavallo porta a malapena un suo simile, il cane ne porta agevolmente due; perché i quadrupedi con la testa grossa, come i tori e gli elefanti, devono avere il collo assai più grosso e corto di quelli con la testa piccola; perché nei frutti grandi il picciolo è proporzionalmente molto più robusto che nei piccoli, finché non basta più e il frutto - è il caso di zucche e meloni - deve stare a terra; perché gli animali piccoli, come i topi, devono mangiare più spesso e devono avere la pelle meno traspirante; perché le mosche camminano sui soffitti e noi no; perché gli uccelli grandi devono volare più velocemente dei piccoli; perché le pulci saltano a un'altezza 200 volte la loro, ma in misura assoluta non molto diversa da quella alla portata dell'uomo e del cavallo; perché il gatto riesce a tenere la coda dritta da piccolo ma non da adulto; perché gli alberi non possono diventare più alti di 90 metri; perché il peso delle ossa rispetto all'intero corpo è l'8% nel topo, il 14% nel cane, il 18% nell'uomo…

Leggiamo ancora Galileo: Chi non vede, come un cavallo cadendo da un'altezza di tre braccia o quattro si romperà l'ossa, ma un cane da una tale, e un gatto da una di otto o dieci, non si farà mal nessuno, come né un grillo da una torre, né una formica precipitandosi dall'orbe lunare? I piccoli fanciulli cadere illesi in caduta, dove i provetti si rompono gli stinchi o la resta? E come gli animali più piccoli sono a proporzione, più robusti e forti de i maggiori, così le piante minori meglio si sostentano[8]

E venendo alle opere dell'uomo, spiega perché le sculture più grandi, il mitico Colosso di Rodi, il San Carlone di Arona, la Statua della Libertà - di cui parlo più estesamente in >costruzione -, quanto più son grandi, tanto più s'appoggiano a tronchi d'albero, cippi, pile di libri (ad es. Tommaseo, nel suo monumento a Venezia detto "il cacalibri"), o alla provvidenziale clava se si tratta di Ercoli. E tengono le braccia aderenti al corpo, o levate sopra la testa, per sottoporle a sforzo assiale anziché al momento flettente che cresce pericolosamente col quadrato del braccio.

Ma gli architetti hanno per lo più ignorato l'importante principio, o l'hanno inteso confusamente. Perfino un tecnico come Viollet–le–Duc, secoli dopo Galileo può uscirsene con questa frase: nell'architettura non si potrebbe stabilire questa formula: 2 sta a 4 come 200 sta a 400. Infatti se su due pilastri di 2 metri di altezza si può porre un'architrave di quattro metri di lunghezza, non si può porre su due piloni di 200 metri di altezza una piattabanda di 400 metri. Cambiando scala, l'architetto deve cambiare modo e lo stile consiste precisamente nello scegliere il modo che conviene alla scala, prendendo questa parola nella sua più larga accezione.[9] Non è una questione di "stile", caro Viollet! Il trilite, cioè la trave su due pilastri, come ogni altro tipo strutturale ha una precisa dimensione limite, oltre la quale non porta più nulla, neppure il proprio peso. Talché non possiamo verificarne la resistenza sottoponendo a prove di carico un suo modello in scala.

Prendiamo l'ipotizzato ponte sullo stretto di Messina (fig. 6): a parte ogni altra considerazione (fig. 7), supera abbondantemente la lunghezza limite per i ponti strallati realizzabili con gli acciai attualmente disponibili: il professor Mazzolani, tra i massimi esperti in acciaio, ha scritto, dopo un'analisi dell'evoluzione della tecnologia applicata ai ponti, che "una luce di 3.300 metri potrà essere realizzata soltanto fra circa 100 anni se il corrente sviluppo tecnologico rimane inalterato".[10]

 

 

6 – Il progetto del ponte sullo stretto di Messina. L'avvio dei lavori era previsto entro gennaio 2010, l'apertura al traffico sette anni dopo, nel gennaio 2017.

 

 

7 - Disegno di Roberto Malfatti, da PresS/Tletter, 12-2006, quando il governo Prodi aveva giustamente accantonato la costruzione del ponte.

 

Un altro esempio significativo dei problemi posti dal principio di similitudine è rappresentato dal modello della laguna di Venezia realizzato a Voltabarozzo, periferia di Padova, dopo la disastrosa acqua alta del 1966, con lo scopo di indagare il movimento delle maree. Dopo interminabili discussioni è finalmente entrato in funzione nel 1980 ma è servito a poco o a nulla e giace ora abbandonato. Si pensa di demolirlo, oppure di riconvertirlo in un parco a tema per visite guidate…[11] Il fatto è che il fondo, che è una superficie, influenza il movimento del volume dell'acqua di marea. Per cui i risultati degli esperimenti condotti su di un modello fisico (quello di Voltabarozzo, in scala planimetrica 1:250, misura ben 8.500 mq) richiedono complicati calcoli di correzione largamente discutibili: tanto vale lavorare direttamente su di un modello matematico della laguna!

Alla luce del principio di similitudine appaiono infine in tutta la loro ingenuità e inadeguatezza pure le famose >proporzioni "scoperte" dagli architetti del Rinascimento. Secondo (ma anche secondo il Le Cobusier del >modulor) i medesimi rapporti lineari dovrebbero andar bene per tutto: per l'uomo come per l'architettura, per la musica come per le "armonie celesti", indipendentemente dalla grandezza della cosa da proporzionare. È invece evidente che la forma di una colonna non può essere indipendente dall'altezza, dal materiale e dal carico che deve sostenere (fig. 8).

 

 

8 – Corrette proporzioni delle colonne in relazione ai pesi imposti, da Percy E. Nobbs, Design. A Treatise on the Discovery of Form, Oxford Univ. Press, London-New York 1937 (riportato in Philip Steadman, L'evoluzione del design, Liguori, Napoli 1988, p. 76).

 

Il colmo è che i trattatisti, nel dare alle colonne le medesime proporzioni di un uomo (ideale), sostenevano di voler imitare la >natura, "somma e divina maestra di tutte le cose". Niente di più falso: la natura non dà mai la medesima forma al grande e al piccolo, né potrebbe fare altrimenti. Alla faccia dei trattatisti, le forme naturali sono corrette proprio quando, a seconda della dimensione complessiva, hanno proporzioni diverse, come l'elefante e il cavallo.



[1] Con curantur si prende atto che "i simili curano i simili" (Ippocrate, III sec. a. C.; Paracelso, XVI sec.), con curentur si prescrive che "i simili curino i simili" (Samuel Hahnemann, 1755-1843), somministrando al malato, diluite all'inverosimile, sostanze che in una persona sana inducono sintomi simili a quelli osservati nel malato.

[2] Galileo Galilei, Discorsi e dimostrazioni matematiche intorno a due nuove scienze, a cura di Adriano Carugo e Ludovico Geymonat, Boringhieri, Torino 1958, pp. 143–144.

[3] Ad es. Erwin Panofsky ha dedicato alle proporzioni del cavallo secondo Leonardo un intero saggio: «The Codex Huygens and Leonardo da Vinci's Art Theory», in Studies of the Warburg Institute, Londra 1940, pp. 51 segg.

[4] Apprendo dalla rete che il più alto dinosauro di cui possediamo lo scheletro completo è tuttora il brachiosauro scoperto in Tanzania nel 1907-12, ora al Museo Humboldt di Berlino. Era alto 12 m e pesava tra le 30 e le 60 tonnellate. Il più lungo è il diplodoco di 27 m scoperto nel Wyoming e montato nel Carnegie Natural History Museum di Pittsburgh nel 1907. Di sauropodi ancora più grandi sono state recuperate solo poche ossa. Fin'ora il più pesante è l'Argentinosaurus (80–100 t), il più lungo (40 m) il Supersaurus e il più alto (18 m) il Sauroposeidon.

[5] La struttura articolata della gamba ci permette di usarla, nelle sue oscillazioni, come la leva più corta possibile, e come la leva più lunga possibile quando debba esercitare la sua forza propulsiva (D'Arcy W. Thompson, Crescita e forma, Boringhieri, Torino 1969, p. 39). Il prezioso libro di Thompson, pubblicato per la prima volta nel 1916, descrive ampiamente il principio di similitudine nel primo capitolo dedicato a «La grandezza», pp. 21-61.

[6] Qui ci sarebbe da aprire una finestra sull'interessante questione del cambio di scala, con la presa sull'immaginario popolare di persone, animali, oggetti miniaturizzati o ingigantiti, oltreché nel cinema, nella letteratura (Gulliver), nel design (divano Labbra di Dalì), nell'arte (grandi mollette, cazzuole, ago e filo, ecc. di Oldenburg) e nell'architettura stessa (l'ordine gigante oppure gli odierni chioschi-papera cari a Venturi di cui parlo in >comunicazione).

[7] Paolo Mereghetti, Dizionario dei film 1996, Baldini & Castoldi, Milano 1995.

[8] G. Galilei, cit., pp. 52-53.

[9] Eugéne E. Viollet–le–Duc, L'architettura ragionata, Jaca Book, Milano 1981, p. 310.

[10] «Ponte dei sogni e miserie reali», in Repubblica, 9/10/2004. Il testo di Federico Mazzolani si può leggere in gabrielemartufi.altervista.org/ponte_sullo_stretto_di_messina.pdf.

[11] Attilio Adami, Alfredo Caielli, Maurizio Pozzato, Alfredo Riondino (a cura di), Il Centro Sperimentale di Voltabarozzo. L'evoluzione della modellistica idraulica e le nuove tecnologie per il controllo del territorio, Marsilio, Venezia 2007, pp. 130-133.