Mi pongo, nelle lezioni, una serie di domande, alcune grandi, altre meno (figg. 1, 2). Ad esempio: perché gran parte degli edifici storici sembrano simmetrici, ma poi scopro che lo sono solo in modo incompleto? Per comunicare dei concetti, posso usare un edificio anziché delle parole? Accetto fra i mei clienti un mafioso o un dittatore? Perché il sesso e il comico, così importanti nel cinema, nella letteratura, nella nostra vita, contano poco o nulla in architettura, o quanto meno nelle Facoltà di architettura?

1 - Vignetta di Don Addis (1935-2009), da http://ase.tufts.edu/cogstud/incpages/publctns.shtml
(trad. Bettini).
Domande raramente affrontate nei nostri libri, per
rispondere alle quali devo attingere a una letteratura non specifica, con tutte
le difficoltà e i possibili errori che comporta e che spero mi aiuterete a
correggere inviandomi numerose mail. Prometto
fin d'ora che ne terrò conto, riscrivendo interi paragrafi ai quali muoverete
delle obiezioni sostanziali. Sostanziali a mio insindacabile giudizio, ben
s'intende…
Ora due parole sul titolo dato alle lezioni e al mio sito: Progettisti si diventa. Nella lezione sulla didattica mi chiedo se Poeta nascitur, non fit[1], oppure se all'inverso Poeta fit, non nascitur[2]. Insomma se poeta, progettista, architetto, si nasce o si diventa. Le opinioni divergono. Cerchi in Google "si nasce" e ti escono oltre due milioni di risposte: si nasce asino, cavallo[3], gallina, uovo, bradipo, evasore, pilota, intelligente, patriota, acquatico, turista ("turisti si nasce, ma fotografi si diventa"), uomo ("uomini si nasce, ma poliziotti si muore"), pazzo, abietto, italiano[4], bullo, filantropo, astrofilo, becchino, collezionista, carbonaio, cittadino, vincitore, coglione… Cerchi "si diventa" e ne escono ancora di più: genitore ("bambini si nasce, ma genitori si diventa"), cuoco[5], bibliotecario, leader, buongustaio, web-cam girl, infiltrato, magistrato ordinario…

2 - Vignetta di Altan, 1981 (da: I buoni, allegato a Panorama n. 1035, 16/2/1982).
Per quanto mi riguarda opto per la seconda ipotesi: se non fossi convinto che progettisti si può diventare, non avrei neppure cominciato a scrivere queste lezioni! Pur se non penso certo che tutti possano diventarlo al medesimo livello. Quel che sappiamo non ci consente ancora di capire perché una persona diventa un grande architetto/a e un altro/a no, ma pare assodato che dipenda sia dai 30 mila geni iniziali (il genoma) gentilmente cedutici da mamma e papà (se volete: dall'esserci nati), sia dall'ambiente in cui cresciamo e studiamo[6]. In definitiva forse avrei dovuto intitolare, più prudentemente, "progettisti si nasce e si diventa". Ma ho deciso, non avendo alcun potere né competenza sui geni, di limitarmi al "si diventa", sul quale invece, come docente, qualcosa la posso dire e forse determinare.
Lo si diventa, dunque, ma come? La mia proposta è
riassumibile in una sola parola: copiare.
Copiare (intelligentemente) dai migliori architetti, sia vivi che morti (meglio
se vivi). Ohibò, direte, ma se fin da piccoli ci hanno inculcato che per fare
l'architetto (il pittore, lo scrittore, il musicista) dobbiamo essere creativi, originali, che solo gli incapaci, i falliti, copiano? Lo so, portate pazienza. L'unico
modo per imparare è prendere esempio dai "maestri", da chi ha avuto
successo come progettista, dimostrando in tal modo di saper far bene le cose. I
più dotati, i (rari) futuri "maestri", riusciranno a spingersi oltre
l'imitazione, addirittura buttando via la scala per cui sono saliti. Mentre gli altri, col conoscere quel che accade nel
variegato mondo dell'architettura, diventeranno dei progettisti, se non originali, per lo meno colti, aggiornati, in grado di stare decorosamente sulla piazza.
Ogni lezione tratta un argomento specifico (l'Evoluzione, lo Humour, il Cliente, il Minimalismo, il Sesso, l'Orientamento, il Progetto…), beninteso senz'alcuna pretesa di esaurirlo, ed è abbastanza autonoma dalle altre, con gli eventuali rimandi segnalati da freccette ">". Per cui puoi leggerle nell'ordine che preferisci, scavandoti dal "libro" - come dice Calvino[7] - il libro che ti serve.
In parte, se ti va,
puoi procedere a caso, seguendo il consiglio di Giovanni della Croce: per
raggiungere il punto che non conosci, prendi la strada che non conosci.[8] Rischi d'incappare in sentieri che
ricoperti d'erbe si interrompono improvvisamente nel fitto. Niente paura:
ogni sentiero procede per proprio conto, ma nel medesimo bosco. L'uno
sembra sovente l'altro: ma sembra soltanto.[9]
[1] "Poeta si nasce, non si diventa", detto latino erroneamente attribuito ad Orazio. Cfr. William Ringler, «Poeta Nascitur Non Fit: Some Notes on the History of an Aphorism», in Journal of the History of Ideas, Vol. 2, No. 4 (Oct. 1941), pp. 497-504; scaricabile da http://www.jstor.org/pss/2707023.
[2] È il titolo di una poesia scritta nel 1860-63 da Lewis
Carroll e pubblicata per la prima volta in Phantasmagoria and Other Poems, 1883.
[3] Cavalli
si nasce è un mediocre film comico in
costume ambientato nel 1832 e girato nel 1989 da Sergio Staino, con David
Riondino, Paolo Hendel, Beniamino Placido, Giacomo Marramao, Bonvi e Roberto
Murolo.
[4] Italiani
si nasce (e noi modestamente...) è un CD
della Meldola Jazz Band uscito nel 2004. C'è pure Italiani si diventa di Beppe Severgnini, BUR Rizzoli, Milano 2000.
[5] Allan Bay, Cuochi si diventa, Feltrinelli, due voll., Milano 2003 e 2004.
[6] Per lungo tempo, nel secolo scorso, optare per il "si nasce" era considerato di destra e per il "si diventa" di sinistra: la società era l'unica responsabile di tutto quel che avveniva.
[7] Italo Calvino, Una pietra sopra, Einaudi, Torino 1980, p. 195.
[8] Cit. in La sfida della complessità, a cura di Gianluca Bocchi e Mauro Ceruti, Feltrinelli, Milano 1985, p. 25. Come curiosità ricordo che a (San) Giovanni della Croce, fondatore dell'ordine dei Carmelitani Scalzi, rivolge preghiere chi soffre di calli ai piedi (Jacques Veissid, Quale santo potrà aiutarmi?, cit. in Tiziano Scarpa, Cos'è questo fracasso?, Einaudi, Torino 2000, p. 71).
[9] Martin Heidegger, Sentieri interrotti, La Nuova Italia, Firenze 1968, p. 1. La metafora dell'andar per boschi, con le difficoltà, i pericoli e le soddisfazioni che comporta, la ritroviamo nelle fiabe di Cappuccetto Rosso e di Hänsel e Gretel, mirabilmente interpretate da Bruno Bettelheim (Il mondo incantato, Feltrinelli, Milano 1990); in Dante (la selva selvaggia ed aspra e forte); nelle inquietanti immagini di boschi sotto la pioggia con cui la von Trotta inizia il film Sorelle; nelle Sei passeggiate nei boschi narrativi di Umberto Eco (Bompiani, Milano 1994). Bufalino inizia una sua Orlandeide giovanile con Vagando Orlando per montano bosco. Vassalli dice che la scrittura è … un bosco intricato e impenetrabile, un terreno ostile e infido (Come si scrive un romanzo, a cura di Maria Teresa Serafini, Bompiani, Milano 1996, pp. 2, 196). Per Gerd Binnig (Dal nulla, Garzanti, Milano 1991, p. 118) la condizione del progettista è analoga a quella di chi si accinge a compiere una spedizione nella giungla … Non sa con certezza se avrà la possibilità di uscirne. Perché la situazione è appunto questa: ci si avvia in una certa direzione senza sapere se porta a una meta. Si procede a zigzag, perché non si è mai nella condizione di sapere con certezza se la strada è o meno quella giusta. Si avanza a fatica, occorre farsi largo a colpi di machete.