Cosa c'entra Darwin con l'architettura? Darwin c'entra con
tutto! Da quando è uscito il suo rivoluzionario libro su L'origine delle
specie (1859), tutto quanto riguarda l'uomo
ha dovuto essere rivisto nella nuova prospettiva. Ma noi architetti da
quest'orecchio non ci sentiamo, tant'è che non siamo ancora riusciti, salvo eccezioni,[2]
a far entrare la prospettiva evoluzionista nel nostro bagaglio culturale. A
volte addirittura la fraintendiamo completamente, come nel caso delle incredibili
manifestazioni organizzate a Roma-Valle Giulia in occasione del
centocinquantenario darwiniano.[3]
Intendiamoci: dimenticare Darwin non è la nostra sola
amnesia. Basta pensare che negli ultimi vent'anni di vita di Freud (1856-1939),
mentre pittori, registi e scrittori surrealisti cercavano in ogni modo di
attingere alle risorse dell'inconscio da
lui scoperto, gli architetti fondavano ahimé il razionalismo, ottusamente convinti che ogni loro scelta fosse del
tutto cosciente, priva in particolare di ogni riferimento al >sesso.
Come si dovrebbe introdurre Darwin nel pensiero
architettonico? Innanzitutto operando una drastica revisione di alcuni concetti
per noi centrali. Prendiamo ad esempio il >progetto: l'evoluzione darwiniana
degli esseri viventi semplicemente non lo richiede. E vi pare poco? Noi stessi, che ci siamo a lungo
illusi di essere il progetto di un Creatore con la C maiuscola, dopo Darwin
abbiamo dovuto accontentarci di essere solo una, sia pure la più evoluta, fra
le tante specie inconsapevolmente prodotte della selezione naturale. Ci siamo
evoluti attraverso piccole successive mutazioni casuali, delle quali abbiamo poi conservato - senz'alcun merito, senz'alcuna intenzione - quelle che ci fornivano un sia pur minimo vantaggio
riproduttivo. Tutto quel che siamo è il risultato dell'evoluzione. Tutto, ripeto. E anche tutto quel che facciamo, compresi
gli edifici, del cui progetto - nella
prospettiva evoluzionista - non abbiamo alcun merito.
Tant'è vero che non siamo la sola specie animale ad aver
sviluppato la capacità di "fare architettura", cioè di costruire ricoveri protettivi utilizzando materiale preso dall'ambiente. Le termiti fabbricano
"grattacieli" in cui vivono milioni di individui; i tassi scavano
tane plurivano ben distribuite con stanza imbottita per i piccoli, locale wc,
ecc.; i castori innalzano dighe per allagare il terreno a protezione
dell'ingresso ai loro ricoveri; le larve di tricottero assemblano astucci dei
materiali più vari. Addirittura certi uccelli, come vedremo fra poco,
allestiscono dei pied-à-terre per
i loro incontri amorosi.
Il tutto senza averne alcun merito: è stato un errore di replicazione a far apparire nel loro pool genico
un gene mutato che conteneva le istruzioni per costruire il primo rudimentale
riparo. Grazie a quello, l'animale mutato è riuscito a sopravvivere e riprodursi
meglio degli altri, diffondendo così il gene (o il pool genico) "del
riparo" che, attraverso milioni di cicli successivi di
variazione-selezione, è il responsabile dei tanti "edifici"
animaleschi che conosciamo. Ivi compresi quelli costruiti dall'uomo, dalle
"capanne primigenie" (fig. 1) in poi.
Curiosamente le costruzioni animalesche possiedono non solo
la firmitas e l'utilitas, ma pure la venustas. Ve ne convincerete subito se esaminiamo - sulla base
di Jared Diamond[4]
e sul molto che si trova in rete - cosa costruiscono gli uccelli giardinieri dell'Oceania
con l'unico scopo di convincere le femmine a sceglierli come partner sessuali.
L'Uccello di raso[5] (Ptilonorhynchus
violaceus) costruisce un viale lungo circa
un metro affiancato da pareti di ramoscelli, all'estremità del quale mette a
far bella mostra di sé una collezione di conchiglie, bacche, fiori. Più
complessa la costruzione del Giardiniere di Vogelkop (Amblyornis
inornata). Fa reggere a due alberelli un
tetto conico di rametti intrecciati, dentro e attorno pavimenta il suolo con
muschio e vi colloca sopra i suoi vistosi tesori colorati, ordinandoli accuratamente
in gruppi omogenei: centinaia di conchiglie, fiori, piume, pietre, elitre nere
di coleotteri, bacche rosse, frutti neri e lucenti, ghiande, foglie secche,
funghi e anche pezzi di plastica e di vetro.

1 - La mitica petite cabane rustique, da cui sarebbe discesa l'architettura tutta (Marc–Antoine
Laugier, Saggio sull'Architettura,
Aesthetica, Palermo 1987 [Parigi 1753-55].
Ogni maschio costruisce un giardino addobbato in modo
differente, secondo il suo gusto. Mentre lavora corregge più volte la
disposizione finché non la trova "bella". Se gli si sposta qualcosa
mentre è via, appena torna la rimette a posto, a riprova che la disposizione è intenzionale, che lui possiede un Kunstwollen. L'ultimo giudizio spetta comunque alla femmina, che
a lavoro concluso ispeziona accuratamente il "capolavoro" mentre il
maschio attende trepidante. Solo se la femmina si decide ad entrare l'accoppiamento
ha luogo.
Perché mai si è evoluto un comportamento apparentemente
tanto assurdo, tanto dispendioso per il maschio? Un bel giardino, spiega
Diamond, è indice di un maschio forte,
in grado di raccogliere e trascinare oggetti di peso complessivo cento volte superiore
al suo; abile a intrecciare
centinaia di ramoscelli; dotato di un buon cervello per eseguire il
complesso compito; con una buona vista e una buona memoria per
cercare nella giungla le centinaia di decorazioni richieste; dominante
sugli altri maschi che tentano di
distruggergli il giardino e di rubargli i pezzi pregiati. Solo i maschi migliori
sono in grado di esibire giardini intatti e riccamente decorati, che risultano
pertanto un indicatore affidabile dalla loro bontà genetica, unica cosa che
interessa alle femmine (o meglio ai loro geni), dato che verranno abbandonate
immediatamente dopo la copula e dovranno tirar su i figli completamente da
sole, a partire dalla costruzione del nido.
D'altronde le femmine umane, che per la prole pretendono la
collaborazione del maschio ben oltre la semplice inseminazione, prima di
concedersi a lui si basano su indicatori della qualità genetica altrettanto
indiretti e apparentemente inaffidabili: un bel sorriso, l'abilità nel ballo,
vestiti griffati, fiori e anelli in regalo, un'automobile veloce e magari una
collezione di stampe giapponesi!
Eppure i giardini degli uccelli, pur se solidi, utili e
belli, non vengono costruiti con lo scopo di
attirare le femmine. D'altronde l'uccello stesso che li costruisce non è stato
"progettato" per costruirli, né per volare, per respirare, ecc. Non
c'è alcun progetto: uccelli e giardini sono semplicemente dei prodotti inconsapevoli
dell'evoluzione darwiniana. Ma anche noi uomini lo siamo, assieme ai nostri
edifici, alle architetture di cui andiamo tanto ingenuamente fieri. Che fine
fanno la nostra progettualità, la
nostra creatività, tanto
sbandierate? «Che almeno non si sappia in giro!», verrebbe voglia di esclamare,
come fece la moglie dell'arcivescovo Worcester quando, centocinquant'anni fa,
le dissero che discendeva dalle scimmie…
Se vogliamo recuperare un po' di autostima dobbiamo
spostarci dalla biologia alla cultura e prendere in considerazione un secondo
tipo (dopo i geni) di replicatori: i
"memi",[6]
le unità di trasmissione culturale, cioè
le idee, le teorie, le convinzioni, le istruzioni, ecc. che dalla nascita in
poi entrano nel nostro cervello. Questo seleziona i memi accettandone alcuni e
scartandone altri, li memorizza e può trasmetterli ad altri cervelli
avvalendosi di veicoli fisici: le
parole anzitutto, pronunciate e scritte (per inciso, una di particolare
successo riproduttivo è la stessa parola "meme", che vedo oggi su
Google essere presente in 166 milioni di pagine).
I memi vanno in giro da soli ma più spesso in gruppo,
formando sistemi o complessi collaboranti (frasi, poesie, libri, ecc.), che si
affermano nella misura in cui fanno aumentare le probabilità di sopravvivenza
dei singoli memi componenti. La nostra mente è piena di complessi
memici di successo: slogan pubblicitari
(Liscia, gassata o…; Più lo mandi giù…), proverbi (Rosso di sera; Cielo a
pecorelle), modi di dire (Mi consenta; Allegria!; La seconda che hai detto),
promesse politiche (Meno tasse per tutti; Città più sicure), luoghi comuni,
leggende metropolitane, ricette di cucina, romanzi, leggi, libri
"sacri", teorie scientifiche (fra cui lo stesso Evoluzionismo), ecc.
I memi non sono esclusivi dell'uomo. Gli uccelli giardinieri
di cui abbiamo parlato costruiscono i loro giardini secondo regole che variano localmente e pertanto devono essere apprese per via culturale. Altri uccelli cantano in modo diverso da zona a
zona, come se parlassero dialetti
della medesima lingua: anche questi evidentemente non sono comportamenti
istintivi, ma appresi
nell'infanzia imitando i genitori e i vicini territoriali.[7]
È stata perfino osservata la nascita di una variante di canto in seguito ad un
errore di apprendimento: una vera e propria mutazione culturale poi trasmessa ai discendenti.
Ma ovviamente è nell'uomo che l'evoluzione culturale
dispiega i suoi massimi effetti, come hanno mostrato Dawkins e la Blackmore
(già citati) nonché tanti altri, fra cui voglio ricordare almeno Richard Brodie[8]
e Cavalli-Sforza.[9] In letteratura
non ho però trovato alcunché di specifico sui memi architettonici, per cui
cerco di supplire nei limiti in cui mi è possibile. Ne esaminerò tre.
Il primo consiste nell'idea, in un edificio pluripiano, di
far ruotare un piano rispetto all'altro di un certo angolo. Un meme di origini
antiche: vedi ad es. la rotazione dei vari livelli (lì non si tratta di piani)
nella cupola della Sindone di Guarino Guarini, iniziata nel 1668, forse memore
delle quattrocentesche cupole a stalattiti dell'architettura ottomana (Yeşil
Cami a Bursa ecc.). O vedi i disegni di Hablik per edifici a pianta quadrata
nei quali ciascun piano rimpicciolisce e ruota di un quarto di giro rispetto al
piano sottostante, in modo da far coincidere i vertici di questo con le
mezzerie dei lati di quello (fig. 2).
Il meme era evidentemente attivo nel cervello di
Norman Foster quando l'ha "costretto" a progettare a Londra un
grattacielo a pianta circolare - subito soprannominato Grand gherkin of the
skies, "cetriolone dei cieli" -
nel quale ciascun piano, a forma di ruota a sei denti, gira rispetto al
sottostante di 5°, disegnando in facciata sei spirali (fig. 3).

2 - Wenzel August Hablik, costruzione per una mostra,
1924. A destra la pianta schematica di un piano, con le quattro terrazze triangolari
liberate dalla rotazione rispetto al piano sottostante.

3 - Grattacielo Swiss Re in St. Mary Axe, Londra (Norman
Foster, 1997-2004).
Il "cetriolone" londinese si è rivelato un ottimo
strumento per la diffusione del meme. Simpatico alla gente (altrimenti non gli
avrebbero affibbiato quel nomignolo), fotografato migliaia di volte e
pubblicato in riviste, libri e siti internet, ha richiamato su di sé
l'attenzione del globo. Nel 2004 ha vinto il Premio Stirling. Nel dicembre 2005
un sondaggio fra professionisti l'ha eletto edificio più ammirato dell'anno. È
stato illustrato a milioni di studenti nelle aule di architettura. Al suo interno
sono stati ambientati episodi dei fumetti Vertigo e The Losers, l'albo Il
modulo A38 di Dylan Dog, scene del film Match
Point di Woody Allen (2005). Nello special
natalizio 2005 della serie di fantascienza Doctor Who i vetri dell'edificio vengono distrutti dall'impatto
con un'astronave aliena. E si potrebbe continuare.
Così pubblicizzato, il meme "ruota ogni piano" si
è insediato in ulteriori innumerevoli cervelli e ha indotto altri progettisti a
riprodurlo in nuovi edifici: vedi il Turning Torso (1999-05) e il Chicago Spire (2005-10) di Calatrava, l'Urban Cactus (2006) degli UCX[10],
le Absolute Towers (2006) dei MAD[11],
la Guangzhou TV & Sightseeing Tower
(2004-10) degli IBA[12],
ecc.
Il secondo meme architettonico che cito è "spiegazza
l'involucro". Uno spassoso video dei Simpson ci fa assistere alla sua
nascita: vediamo Frank Gehry accartocciare e gettar via stizzito la lettera con
cui Marge gli propone di progettare la nuova Concert Hall di Springfield. È
proprio quella carta a terra, casualmente
spiegazzata, a fornirgli l'idea del meme "spiegazza l'edificio".
"Gehry, sei un genio!", esclama (fig. 4), e corre a progettare
l'edificio per Spingfield, che naturalmente altro non è che la Disney
Concert Hall di Los Angeles (1989-03). Ne
progetterà molti altri in cui quel meme la farà da padrone. Fra questi il Museo
Guggenheim di Blbao (1991-97) -
il primo terminato, anche se progettato dopo - diventerà uno degli edifici più
famosi degli ultimi vent'anni.

4 - "Gehry, sei un genio!"
Naturalmente non sappiamo se Gehry abbia inventato (=
trovato) in quel buffo modo il meme "spiegazza l'involucro". Ma
sappiamo che una volta apparso è attecchito e come, sia nella testa di Gehry,
sia in quella dei suoi possibili clienti (che numerosi gli han richiesto
involucri di quel tipo) e del pubblico in genere: ricordo che all'epoca il mio
dentista, fra una trapanata e l'altra, mi raccontava affascinato di essere
andato apposta a Bilbao con un viaggio turistico lampo per visitare il museo a
poche settimane dall'inaugurazione.
Il terzo e ultimo esempio di meme architettonico che intendo
sottoporvi è quello che ha prodotto i capitelli corinzi. L'evento che porta
alla sua nascita è altrettanto romanzesco - e casuale - della lettera
spiegazzata da Gehry. Così lo racconta Vitruvio: sulla tomba di una fanciulla
di Corinto, morta in tenera età, la nutrice depone una cesta piena dei suoi
giocattoli, coprendola con una tavoletta per proteggerla dalla pioggia. Attorno
alla cesta cresce poi casualmente una
pianta di acanto, le cui grandi foglie lobate si avvolgono in morbide volute
sotto la tavoletta sporgente (fig. 5).

5 - L'origine mitica del capitello corinzio (da L'Architettura
Generale di Vitruvio Ridotta in Compendio dal Sig. Perrault, Albrizzi, Venezia 1747, Tav. X, dett.).
Il pittore Callimaco passa casualmente lì davanti e rimane commosso e colpito dall'immagine
e si ferma a disegnarla. Così il meme "cesta+tavoletta+foglie" s'insedia
nel suo cervello e lo "costringe" non solo a disegnarlo, ma a
riprodurlo tridimensionale nei capitelli di un tempio: sono i primi capitelli corinzi. Attorno al 425 a. C. il meme, reso visibile a
molti, inizia la sua espansione pandemica, moltiplicandosi in Grecia e di lì
passando a Roma dove subisce una mutazione: gli spuntano le volute ioniche sopra alle foglie corinzie: nasce il capitello
composito. Siamo dopo il 25 a.
C., dato che Vitruvio non lo menziona e che i primi capitelli compositi noti
sono quelli dell'Arco di Tito dell'80-90 d. C. (fig. 6).
La nuova specie mutata si mostra da subito assai aggressiva,
soppiantando di fatto la precedente. Va in latenza nel Medioevo, ma torna
prepotentemente a riprodursi nel Rinascimento. Nei quattro secoli successivi
migra in ogni continente: negli Stati Uniti moltissimi edifici importanti
costruiti fra la fine del Settecento e la prima Guerra Mondiale (municipi,
campidogli, banche, assicurazioni, teatri, università, stazioni, ecc.) esibiscono
capitelli compositi in facciata, negli atrii e nelle sale di rappresentanza.
Oggi, dopo una qualche sporadica e caricaturale sortita
durante il Postmoderno alla fine del XX secolo, sembra che non riesca più a
farsi riprodurre. Ma non è certo estinto. Frotte di turisti ne fotografano i
veicoli storici, tutti studiano su libri che ne riportano le fattezze. Gli
architetti e gli studiosi continuano a conoscere il nome delle parti in cui si
articola: stelo, caulicolo, calice, nastro dell'elice, occhio della voluta,
orlo del khalatos, fiore dell'abaco…

6 - I più antichi capitelli compositi conosciuti, quelli
dell'Arco di Tito, 80-90 d. C.
Se l'evoluzione dei memi è darwiniana, cieca e inevitabile come per i geni, in quanto progettisti abbiamo ben
poco da gioire: non siamo noi a selezionarli, ci pensa l'ambiente. Per nostra
fortuna pare invece che l'evoluzione dei memi sia almeno in certa misura
lamarckiana. È vero che Dennett non la
pensa così e che per lui uno studioso è soltanto un modo in cui una
biblioteca crea un'altra biblioteca.[13]
Parafrasava il famoso aforisma di Butler secondo cui una gallina è semplicemente il modo in cui
un uovo produce un altro uovo.[14]
Parafrasando anche noi: l'architetto è solo lo strumento mediante il quale un
edificio crea un altro edificio. Ma ci è di conforto l'opinione della Blackmore
secondo cui siamo stati costruiti come macchine dei geni e coltivati come macchine
dei memi, ma abbiamo il potere di ribellarci ai nostri creatori. Noi, unici
sulla terra, possiamo ribellarci alla tirannia dei replicatori egoisti.[15]
A conferma, la Blackmore intitola «L'evoluzione memetica è lamarckiana» un
sottocapitolo del suo ottimo libro sui memi.[16]
Un compositore - afferma - può suonare il suo pezzo, ma anche correggerne lo
spartito (il meme di quel pezzo musicale). Una cuoca può fare la torta, assaggiarla
e decidere di correggere la ricetta (il meme di quella torta).
Memi ben più longevi e resistenti di spartiti e ricette
possono essere contestati efficacemente perfino da un singolo cervello umano
cui risultino insopportabili. Ad es. Darwin, producendo il complesso memico
dell'evoluzionismo, ha inferto un colpo durissimo ai memi religiosi (dalla
creazione divina in giù), che pure resistevano da millenni, replicati e diffusi
in tutti i cervelli con le buone o con le cattive, utilizzando i veicoli più
efficaci e costosi disponibili (libri, riti, festività, gerarchie, paramenti,
immagini, tesori, edifici, leggi, minacce, roghi, guerre, terrorismo, ecc.).
L'evoluzionismo, dotato di mezzi del tutto impari, non ha ancora vinto la
competizione, ma almeno nei Paesi più civili i suoi memi sono riusciti a
conquistare almeno la metà dei cervelli, con punte di oltre l'80% (fig. 7).

7 - Persone che credono alla teoria evoluzionistica (da Science, 11/8/2006, p. 765. Fra parentesi il numero di
persone interrogate in ciascun Paese). Penultimi gli Stati Uniti, seguiti solo
dalla Turchia.
Commissioni di bioetica permettendo, prima o poi
correggeremo perfino la ricetta (il genoma) con cui siamo fabbricati noi
stessi, migliorando gli esseri umani, ad es. eliminando definitivamente le
malattie congenite. Siamo nel lamarckismo: il fenotipo che modifica il genotipo; la cultura, finora succube della biologia, che
retroagisce su questa, modificandola in base a un preciso progetto, ponendosi
un fine preciso da raggiungere.
Come progettisti ne usciamo rinfrancati. Diversamente dalle
giraffe (evolutesi da proto-giraffe le quali non volevano avere il collo sempre più lungo), i nostri edifici-giraffa
si sono evoluti perchè così abbiamo voluto noi. Il meme del "collo
lungo" esiste indubbiamente da molto tempo nel cervello dei progettisti e
degli investitori (si pensi ai campanili, ai minareti, alle torri) e da lì si
diffonde in altri cervelli veicolato da edifici sempre più alti resi possibili
dall'evoluzione tecnologica (anch'essa memetica, quindi lamarckiana) e dai
sistemi di comunicazione che ne parlano (vedo oggi su Google che quasi un
milione di pagine citano l'edificio più "giraffa" di tutti, il Burj
Khalifa alto 828 m, inaugurato ai primi di
gennaio 2010[17]).
Al momento di progettare un nuovo edificio, siamo noi a decidere se e quanto
tirargli il collo.
Ma ne siamo poi così sicuri? Se la cultura, memi
architettonici compresi, l'abbiamo fatta noi, se dipende interamente da noi, se la facciamo evolvere nella direzione in cui noi vogliamo, cosa intendiamo con "noi"? Il
nostro cervello? Ma quello non è autonomo e indipendente dai memi. È occupato
dai memi, straripante di memi, anzi potrebbe essere nient'altro che un grumo, un'accozzaglia di memi egoisti
interessati solo alla propria replicazione, e per giunta in gran parte sconosciuti
a "noi" stessi, in quanto rimossi, come spiega la psicanalisi. Per poterli
controllare, nel nostro cervello dovrebbe esserci qualcosa di gerarchicamente
"più alto"… Così si riaffaccia minaccioso il dualismo di
"corpo" (il cervello infestato dai memi) e "mente" (o
"anima spirituale"), collocata ad un livello "superiore"
rispetto al cervello, perfino in grado sopravvivergli in eterno. Peccato che
l'idea di mente, di anima, di homunculus cartesiano, siano a loro volta dei memi!
A questo punto dovrei imbarcarmi, lo so, in una discussione
sulla coscienza[18],
che francamente non so dove mi porterebbe. Preferisco dunque accantonarla e passare
ad alcune brevi considerazioni su come l'approccio memetico potrebbe influenzare
la >didattica dell'architettura.
La Facoltà dovrebbe diventare la sede di elezione, o almeno
una delle sedi, in cui si inventano, riproducono, propagano, variano e selezionano i memi architettonici. Nei corsi di storia s'indagherebbe
di ciascun meme l'apparizione iniziale per variazione da un meme precedente,
l’albero genealogico, le parentele, la sopravvivenza, la trasmissione
generazionale, il passaggio, il parallelismo, la regressione. Nonché i rapporti
di cooperazione e di co-evoluzione (o di co-regressione) con altri memi: gli
accostamenti, gli innesti, i collegamenti, gli allacciamenti, le derivazioni…
Particolare attenzione verrebbe dedicata a memi piuttosto intriganti come le
proporzioni, la sezione aurea, la simmetria, gli ordini classici, il feng-shui,
la conservazione dei centri storici, l'ambientamento ecc., chiedendosi per
quale motivo siano così longevi e radicati, nonché cosa si potrebbe fare - se
non ci piacciono - per sradicarli, magari seguendo la falsariga di quel che
Dennett propone per i memi religiosi.
Nei corsi progettuali avverrebbe la replicazione dei memi
secondo una procedura essenzialmente imitativa. Lo studente copierebbe le istruzioni (le teorie e tecniche progettuali), oppure il prodotto (gli edifici), in cui sono integrate le istruzioni
memetiche. Nella copiatura la fedeltà richiesta non sarebbe totale, anzi le variazioni
sarebbero volute e sollecitate,
ben oltre gli involontari errori di
replicazione. Per cui la didattica dovrebbe farsi carico di sviluppare nei
discenti attitudini non solo a copiare, ma anche ad alterare i
memi (nei memi replicati la quota di "vecchio" rimarrebbe comunque molto
superiore alla quota di "nuovo").
I progetti degli studenti, prodotti dai memi mutati, verrebbero verificati (selezionati) partecipando a
concorsi e mostre, cercando di farli penetrare nelle riviste, nella rete, ecc.
E poi monitorati nel tempo: i memi che girano in Facoltà hanno successo o no,
nella selezione memetica? quanti sono gli edifici che li veicolano? quanti
concorsi vincono? quante pagine occupano sulle riviste? quante siti web ne
parlano? quante imitazioni possono vantare?
E consentitemi in chiusura di accennare a una mia esperienza
didattica di quasi trent'anni fa, quando ancora non sapevo nulla dei memi,
eppure già sospettavo che ci fossero in giro dei replicatori culturali egoisti.
Insegnavo allora (1982) all'ISIA di Firenze e ci avevano chiesto di progettare
una "Invenzione" da esporre al castello di Prato nella mostra
«Conseguenze impreviste, arte moda design».
Rimanemmo a lambiccarci per giorni e giorni su cosa fare,
finché non trovammo un racconto di fantascienza, mi pare s'intitolasse «Come le
api», nel quale certi astronauti, scesi su di un asteroide, trovano dei sassi
bellissimi e li prendono a bordo per portarli sulla Terra. Ma non appena
decollati si accorgono che i sassi sono cambiati, imbruttiti, per cui li
scaricano sul vicino asteroide. Non accorgendosi di aver contribuito alla riproduzione
di quei "sassi", di avere inconsapevolmente agito da veicoli
riproduttivi, esattamente come le api che
impollinano i fiori.

8 - "Abito Invenzione", progettato con
studenti ISIA Firenze nel 1982 ed esposto alla mostra «Conseguenze impreviste, arte
moda design», Castello di Prato 1982-83. Dietro, dipinto sul muro, si vede
l'Abito in versione all-black, indossato
dal David di Michelangelo.
Le api sembrano sfruttare i fiori succhiandogli il nettare,
ma dal punto di vista dei fiori sono loro a sfruttare le api ignare. Noi
progettisti, così ragionavo con gli studenti, potremmo essere come le api,
convinti di fare oggetti belli per
nostro uso, piacere e guadagno, e invece condannati a riprodurli in cambio di
quel poco di bellezza e di utilità che ci forniscono. Li riproduciamo, li
compriamo, li diffondiamo, non possiamo più farne a meno. Siamo i loro
inconsapevoli schiavi. Una subdola "intelligenza della plastica" ha
pianificato tutto…
Alla fine esponemmo a Prato due oggetti bellissimi e
desiderabili (figg. 8, 9), che per la loro soffocante aderenza al corpo (li
dicevamo "malati d'uomo"), per taluni aspetti formali inspiegabili,
per certi connotati animaleschi, tradivano la segreta propensione a rivoltarsi
contro di noi, soffocarci, stritolarci…

9 - "Penna a dito", progettata con studenti
ISIA Firenze nel 1982 ed esposta alla mostra «Conseguenze impreviste, arte moda
design», Castello di Prato 1982-83. "Indossandone" una per dito si avrebbe
potuto scrivere più rapidamente, come un'esperta dattilografa…
[1] Una precedente stesura della presente lezione è apparsa col titolo «Darwin e l'architettura» in Darwin tra Scienza, Storia e Società. 150° anniversario della pubblicazione di Origine delle Specie, a cura di Francesco Stoppa e Roberto Veraldi, Edizioni Universitarie Romane, Roma 2010.
[2] Roberto De Rubertis, La città mutante. Indizi di evoluzionismo in architettura, Franco Angeli, Milano 2008; Ruggero Lenci, «Evoluzione e architettura, tra scienza e progetto», in presS/Tletter, nn. 30, 31, 32, 33 e 34, 2008.
[3] http://www.architetto.info/Darwin-week-00-a-Roma-evoluzionismo-e-architettura_community_news_
x_1067.html
[4] Jared Diamond, Il terzo scimpanzé. Ascesa e caduta del primate Homo sapiens, Bollati Boringhieri, Torino 2009, pp. 218-223.
[5] http://www.youtube.com/watch?v=tJ32_ijdmLo&feature=related
[6] Richard Dawkins, Il gene egoista, Mondadori, Milano 1995, pp. 201 segg.
[7] Susan Blackmore, La macchina dei memi, Instar, Torino 2002, pp. 81-82.
[8] Richard Brodie, Virus della mente, Ecomind, Salerno 2000 (2003).
[9] Luigi Luca Cavalli Sforza, L'evoluzione della cultura, Codice, Torino 2008.
[10] archiportale.com/progetti/schedaprogetto.asp?origine=&IdProg=2007
[11] archrecord.construction.com/news/daily/archives/060412toronto.asp
[12] archiportale.com/progetti/guangzhou/mark-hemel/guangzhou-tv-&-sightseeing-tower_34129.html
[13] Daniel C.
Dennett, Rompere l'incantesimo. La religione come fenomeno naturale, Raffaello Cortina, Milano 2007, p. 228.
[14] Stephen Jay
Gould, Il pollice del panda, Il
Saggiatore, Milano 2009, p. 83.
[15] R. Dawkins, cit., p. 210.
[16] S. Blackmore, cit., pp. 96-103.
[17] Il prossimo
edificio più alto del mondo pare sarà The Miapolis a Miami, alto 980 m, ben 152 più del Burj
Khalifa
(urbanpeek.com/2011/05/21/the-next-tallest-building-in-the-world-the-miapolis)
[18] Sulla base innanzi tutto dei libri di Daniel Dennett: Contenuto
e coscienza, Il Mulino, Bologna 1992; Coscienza, Rizzoli, Milano 1993; La mente e le menti. Verso
una comprensione della coscienza, RCS
Libri, Milano 2000.