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Cliente

 

 

Noi architetti abbiamo bisogno del cliente come e più di altri artisti, perché non possiamo realizzare l'edificio e poi tentare di venderlo, come fa il pittore coi suoi quadri, lo scrittore coi romanzi, il musicista con gli spartiti. Ce lo impediscono i costi: del progetto, dei collaboratori, del lotto su cui realizzarlo, della costruzione.

Nessuno, ben'inteso, c'impedisce di fare progetti ideali per la nostra personale ricerca. Ma se vogliamo realizzarli ci serve un cliente o committente che dir si voglia. Per usare una metafora fileretiana, l'architetto è la madre dell'edi­ficio, visto che lo 'partorisce', ma non può farlo senza un cliente che si assuma il ruolo di padre.

Leggiamo la vivace prosa del Filarete: Il generare dello edificio si è in questa forma: che sì come niuno per sé solo non può generare sanza la donna un altro, così eziandio a similitudine lo edificio per uno solo non può essere creato, e così colui che vuole edificare bisogna che abbia l'architetto e insieme collui ingenerarlo, e poi l'architetto partorirlo e poi, partorito che l'ha, l'architetto viene a essere la madre d'esso edificio. Ma innanzi che lo partorisca, come proprio la donna che nove o sette mesi in corpo lo porta, così l'architetto debba nove o sette mesi fantasticare e pensare e rivoltarselo per la memoria in più modi, e fare varii disegni nella sua mente sopra al generamento che lui ha fatto col padrone, secondo la voluntà sua e fatto questo partorirlo, cioè farne uno disegno piccolo rilevato di legname, misurato e proporzionato come ha a essere fatto poi, e mostrarlo al padre. E perché t'ho assomigliato l'architetto alla madre, così è bisogno che sia balia E sì come la madre è amorevole del figliuolo, così lui con quello amore e diligenza alevarlo e acrescerlo e come la madre s'ingegna di trovare buoni maestri al figliuolo, così l'architetto debba trovare buoni maestri, come son quelli da muro e tutti gli altri che hanno a lavorare, se già il padrone non gl'impedisce, sanza la volontà del quale lui sarebbe come la donna che contra la voluntà del marito non può fare alcuna cosa; così è proprio a similitudine l'architetto.[1]

Filarete scriveva alla metà del '400, ma le cose non sono molto cambiate (fig. 1).

 

 

1 - Fumetto di Maaik, 20/7/2008 (trad. Bettini).

 

Dobbiamo sempre trovarci i clienti, ottenere la loro massima collaborazione, saperceli mantenere nel tempo. Per questo stupisce l'assenza, non solo in Italia, di corsi specifici sul cliente nelle Facoltà di architettura. E altrettanto stupisce che gli storici – quasi tutti! - trascurino o sottovalutino il ruolo svolto dai committenti. Quand'è invece ovvio che sono stati determinanti per moltissimi architetti famosi: si pensi, tanto per fare qualche nome, cosa sono stati i Gullichsen per Aalto, i Berheim per Pierre Chareau, i Kaufman per Wright, gli Olivetti per Figini Pollini Gardella e Zanuso, Karl Ernst Osthaus per Behrens e van de Velde,[2] il birraio Carl Jacobsen per Dahlerup,[3] Eusebi Güell per Gaudì, Edouard Herriot per Tony Garnier,[4] Eugène Claudius–Petit per Le Corbusier, Jonas Salk per Kahn, Sydney Lewis (il padrone dei magazzini Best) per i SITE, Bowen e Rudenstine per Bob Venturi,[5] Ian Schrager per Philippe Starck,[6] Frederick e Laurie Samitaur Smith per Eric Owen Moss, ecc.

La ragione dello snobistico disinteresse, del disprezzo, perfino dell'odio per il committente manifestato dagli architetti (figg. 2, 3) dipende, credo, dalla presunzione di essere culturalmente al di sopra dei loro clienti e dunque investiti del diritto/dovere di imporgli pedagogicamente le proprie idee.[7]

 

 

2 – Vignetta di Altan.

 

Il che produce effetti nefasti. Emblematico il caso di Le Corbusier: avrebbe costruito ben di più se si fosse comportato meglio con i clienti. Nei primi anni '50 - racconta Peter Blake - il vicepresidente di una compagnia di assicurazioni che stava costruendo degli enormi complessi abitativi a New York e altrove, mi disse di aver visto l'Unité di Marsiglia e di esserne rimasto molto impressionato. Aveva sentito che Corbu era a New York e mi chiese se avrei potuto farglielo incontrare. Chiamai Corbu allo studio di Tino Nivola[8] dov'era ospite, spiegandogli che si trattava di un potenziale cliente, apparentemente entusiasta, e che mi pareva una buona idea incontrarlo per un drink. Gli scappò qualcosa come "Questi gangster americani che cercano sempre di rubarmi le idee!", ma alla fine accettò. Un paio di giorni dopo lo prelevai allo studio per portarlo al bar un isolato più in là, al n. 1 della Quinta. Il Maestro si presentò in blue jeans e camicia di flanella a quadretti da boscaiolo, e niente cravatta. I suoi stivali, come mi accorsi dal rumore che facevano giù per l'Otta­va, erano chiodati (fig. 3).

 

        

 

3 – Un Corbu-Modulor va a incontrare un potenziale cliente abbigliato in modo polemico (da Progressive Architecture, 12, 1993, p. 68).

 

Sembrava pronto per un combattimento e non era buon segno. Al bar gli dissero che per entrare doveva mettersi giacca e cravatta: la prima parola di Corbu fu 'merde' e vi potete immaginare il seguito. Per fortuna il vicepresidente era già arrivato e intervenne a risolvere il battibecco. Ci sedemmo. Corbu si rifiutava di parlare inglese (lo parlava invece abbastanza bene) e dovetti prestarmi a far da interprete. La conversazione fu breve e improduttiva. Tornando allo studio di Nivola, il Maestro – riacquistata finalmente la padronanza dell'inglese – mi disse che tutto era andato come lui aveva previsto: il "gangster americano" voleva copiare l'Unité, e, manco a dirlo, senza pagargli una lira

Qualche anno dopo – prosegue Blake – un personaggio molto interessante, Eddie Swayduck, mi telefonò per chiedermi quale fosse a mio parere il più grande architetto vivente, perché voleva affidargli la costruzione di una "Città del Futuro". Non lo diceva per scherzo: era il presidente della sede newyorkese della Lithographers' Union e si proponeva di costruire una 'Litho City' su una grande piattaforma posta sopra ai binari ferroviari nel West Side di Manhattan. Non ebbi la minima esitazione: gli dissi di rivolgersi a Le Corbusier, perché sarebbe stato magnifico – qualsiasi cosa ne pensasse Jane Jacobs[9] – realizzare a New York qualcosa di simile alla Ville Radieuse Swayduck partì immediatamente alla volta di Parigi con il suo staff (sospetto fossero principalmente guardie del corpo). Shadrach Woods, un architetto americano che aveva lavorato da Le Corbusier divenendo poi uno dei suoi più intimi amici mi disse che Corbu si era ritirato a dipingere a Cap Martin maledendo gli americani, ma che avrebbe tentato di far qualcosa per farli incontrare. Non ci fu verso: Corbu rifiutò di vedere la delegazione americana sostenendo ancora una volta che erano solamente interessati a 'rubargli' le idee; Swayduck e le guardie del corpo se ne tornarono a New York e un'opportunità abbastanza eccezionale andò perduta.[10]

Se poi Le Corbusier, con una maggiore disponibilità iniziale, avesse putacaso acquisito come clienti i 'perfidi' americani, non è detto che li avrebbe mantenuti a lungo: vedi il caso dei coniugi Savoye, portati all'esasperazione dalle scelte estetiche e dall'atteggiamento di sufficienza del Maestro. Alla signora Eugènie inferocita per le irreparabili perdite d'acqua dal tetto piano - come dirò meglio nel capitolo sulla >funzione - il Maestro ricordava beffardamente l'entusiasmo dei critici di tutto il mondo per il suo progetto del tetto piatto: "Dovrebbe mettere un libro sul tavolo dell'atrio e chiedere ai suoi ospiti di scriverci i loro nomi e indirizzi. Vedrà quanti begli autografi raccoglierà" … Solo lo scoppio della seconda guerra mondiale e la fuga della famiglia Savoye da Parigi salvò Le Corbusier dal dover rispondere in tribunale.[11]

 

Un architetto ben più facile di Corbu nei rapporti con i clienti è stato Carlo Scarpa. Pier Carlo Santini (1924-93), lo storico dell'arte, l'aveva incaricato di progettargli una casa sulla collina lucchese. Fu un ottimo rapporto, fin dal pudore dei primi approcci: non avevo l'ardire di chiedergli un progetto - ricorda Santini -. Ma fu lui stesso a offrirsi. Vuol dire, aggiunse, che mi darai olio e vino a vita, si capisce! Rapporto poi proseguito con l'attenta ricognizione dei luoghi (Scarpa fu ben lieto di condividere la mia scelta per l'ubicazione della casa lungo un crinale in leggera discesa, emergente fra due vallette parallele), la precisazione delle esigenze (l'abitudine allo studio, il bisogno di una certa privacy anche nei confronti dei famigliari. E insieme il culto per l'amicizia e le amicizie, l'amore per il paesaggio storico, per i libri, per le opere d'arte, per gli oggetti d'affezione, per la buona tavola), lo scambio di lettere, il primo progetto.

Su questo Scarpa si attendeva delle osservazioni dal cliente e amico. Ma Santini confessa: proprio non avevo da farne, tanta era la proprietà con cui aveva dato spazio e forma alle mie indicazioni e richieste, rispettandole nelle minime specificazioni e dettagli. E non le avrei fatte comunque, sembrandomi di dover io rispettare, ora, le sue proposte.[12]

Un vero idillio, come si vede. Scarpa, oltre a eccezionali doti di progettista, possedeva una particolare capacità di costruire e mantenere rapporti umani, comprovata dall'infinita pazienza e disponibilità a spendere di cui han dato prova i suoi clienti. Ha potuto così portare a termine opere raffinate, lunghe e costose come casa Veritti, il negozio Gavina, il Museo di Castelvecchio, la Querini Stampalia.

E, naturalmente, il cimitero Brion, dove lui stesso ha voluto esser sepolto. Così ne parla in una conferenza a Madrid: D'estate è molto bello; volano le rondini Questo è l'unico lavoro che vado a vedere volentieri, perché mi sembra di aver conquistato il senso della campagna, come volevano i Brion.[13] Scarpa aveva dato ai Brion quel che gli avevano chiesto; e loro erano in grado di capirlo, di amarlo.

 

Se il committente non è una persona fisica ma una persona giuridica, una banca, un ente, un'azienda, insomma una struttura guidata da più persone che condividono le responsabilità decisionali, la metafora filaretiana regge meno. Non è più individuabile un padre certo, una figura forte cui l'architetto–madre possa far riferimento. Portoghesi constata[14] come alla scomparsa degli stalloni committenti l'ar­chitetto abbia reagito facendosi fecondare dalle provette dei burocrati, dando vita a una generazione di figli di N. N. afflitti dalla nostalgia dell'au­torità paterna, e quindi predisposti alla omosessualità e alla sterilità. Da cui deriverebbe secondo lui la tendenza dell'architetto, privato delle gioie amorose (qualche volta addirittura familiari) del rapporto con il maschio committente, a trasferirne idealmente il ruolo in un soggetto cartaceo o addirittura immateriale che è il sistema internazionale delle riviste di architettura e dei mezzi di comunicazione di massa che ne ampliano la funzione e il raggio d'influenza Ma questo genere di architettura prescinde totalmente dal processo "amoroso" descritto dal Filarete: ha un carattere spiccatamente omosessuale o addirittura gelidamente monoico L'amore omosessuale dà indubbiamente i suoi frutti, e quelli poetici sono tra i più prelibati, ma non è mai servito alla riproduzione: anzi ha nella incapacità a mettere in moto il processo riproduttivo la sua specificità e il suo significato.

Insomma secondo Portoghesi l'architetto, privato delle gioie del rapporto amoroso col committente, incapace di avviare rapporti sostitutivi con le impersonali burocrazie pubbliche e private, non troverebbe altra soluzione che darsi all'onanismo o all'omo­ses­sualità (progettuali, s'intende), cioè al progetto cartaceo, alla produzione di disegni sterili destinati esclusivamente alla pubblicazione…

 

Forse il patologico ripiegamento autistico dell'architetto, di cui parla Portoghesi, risente dell'innegabile perdita d'interesse dell'architettura come strumento di >comunicazione. In effetti disponiamo oggi di mezzi ben più efficaci, e meno costosi, dell'architettura. Ciò nonostante gli edifici più interessanti oggi costruiti devono questo privilegio a clienti, come i musei o le case vinicole (>tipo), che li considerano tutt'ora un valido strumento pubblicitario.

Tali clienti chiedono ovviamente un prodotto di caratteristiche adeguate: sta a noi saperglielo fornire. E volerglielo fornire: perché, alle solite, qualcuno rifiuta sdegnosamente – almeno a parole – di 'abbassarsi' a pubblicizzare il cliente. Sentite Bohigas: Io credo - dice - che, semplicemente, abbiano trionfato i criteri di un certo tipo di cliente: quello che chiede immagini pubblicitarie, di richiamo, ogni volta diverse, isolate, autonome, contraddittorie sia riguardo all'uso che al contesto, caratteristiche tutte che si fondano sull'esigenza di un consumo vorace; di quei clienti che convivono amabilmente con gli architetti e con tutta la parafernalia critica e letteraria che li appoggia. Anche l'archi­tetto più intellettualizzato si è lasciato convincere dall'ideologia del capitalismo selvaggio, dalla necessità di un'immagine di lusso e di potere per meglio imporre beni di mercato È il risultato di una struttura politica ed economica che trionfa in tutti i paesi ricchi e che agisce come un rullo dovunque Le grandi imprese del capitalismo, i grandi clienti, oggi impongono le forme architettoniche che incitano al consumo, e convincono tutto il mondo che il consumismo feroce e la sacralizzazione del mercato libero risolveranno tutti i problemi e promuoveranno la felicità universale.[15]

Bohigas non è certo il solo a considerare il capitalismo, il consumismo, la pubblicità e il mercato delle cose sporche, e a sognare di sostituirli con degli improbabili e imprecisati nuovi modelli di sviluppo. E a ritenere il cliente fondamentalmente immorale nei suoi desideri, il che legittimerebbe l'architetto a progettare contro le sue richieste, come si faceva (o si diceva di fare) nei 'formidabili' anni del razionalismo e del sessantotto.[16]

Bohigas dovrebbe però spiegarci perché mai, con le sue idee, ha costruito la casa Canovelles (fig. 4), di ben 620 metri quadri e con piscina, che è proprio un'immagine di lusso e di potere, per giunta contraddittoria rispetto al contesto: che ci azzecca a Barcellona la pianta di un grattacielo (fig. 5) progettato sessant'anni prima per Berlino? Ma lasciamo perdere. Non chiederò certo a Bohigas una maggiore coerenza, dato che a questa preferisco la >contraddizione…

 

 

 

4, 5 – Oriol Bohigas, casa Canovelles a Barcelona–Granollers, 1979–81 (da El Croquis, 34, 1988, pp. 56-58). La forma del soggiorno riproduce in scala ridotta la pianta di un grattacielo di vetro progettato da Mies nel 1920–21 (pianta da Arthur Drexler, Mies van der Rohe, Il Saggiatore, Milano 1960, fig. 3).

 

Chi lo desidera dovrebbe esser lasciato libero di lavorare dentro e per il mercato, e anche di poterlo dire chiaramente, senza venir accusato di essere un servo dei padroni e un affamatore di poveri. E sarebbe ora che le Facoltà si decidessero a inserire fra gli argomenti da trattare, esaminandone ovviamente anche gli aspetti degenerativi, il mercato: che cos'è, come ci si entra, come ci si rimane, come si acquisiscono clienti possibilmente buoni, come li si mantiene a lungo.

E andrebbero studiati – per non ripeterli – gli errori storici di quegli architetti che han fatto di tutto per allontanare i clienti, insultando e deridendo i loro gusti e cercando d'imporgli i propri, in un inevitabile suicidio professionale. E sottolineati i meriti degli architetti che hanno operato per il pubblico e con il pubblico, raggiungendo una vasta popolarità.

 

Lo stesso Le Corbusier costruisce, lui ateo dichiarato, la cappella di Ronchamp, 1950–55 (fig. 6), scultorea, espressionista, irrazionale, a-funzionale, retorica, spettacolare, anti industriale, fatta a mano. Gli procura, è vero, reprimende e accuse di tradimento da parte di Argan.[17] Ma in cambio lo riconcilia col vasto pubblico, che paga perfino, per visitarla, un modesto biglietto. Diavolo d'un Le Corbusier: o di riffa o di raffa dobbiamo comunque prendere esempio da lui. Ma da quello di Ronchamp, non dal grande masochista – come lo chiama Jencks – che insulta gli americani.

 

 

6 – Dio pensa: "La volevamo… ed è stata fatta!" E Le Corbusier di rimando: "Finalmente il cliente ideale!" (da Louis Hellman, Architecture for Beginners, Writers and Readers–Unwin, London 1986, p. 149).

 

Va da sé che occorre conoscere i gusti del cliente non per fare esattamente quel che ci chiede: non lo vorrebbe neppure lui, in fondo. Ma per partire dal suo sistema di aspettative, di permanenze, per innestarvi in modo dialettico le nostre emergenze, la nostra cultura del progetto (fig. 7).

 

 

7 – La cliente, dis. di Louis Hellman (da Progressive Architecture, 6, 1990, p. 126).

 

Gli scrittori sono mediamente più attenti di noi alle aspettative del pubblico. Scriveva ad es. Giuseppe Bianchetti da Treviso nel suo libro Dei lettori e dei parlatori nel 1866: tutte le nazioni hanno la storia della loro letteratura, ma la storia dei lettori io non la trovo in alcun paese, non che fatta, immaginata. Questo dimenticato precursore di Genette, Jauss, Eco, ecc. esaminava poi gli elementi peri- e para-testuali (naturalmente non usando questi termini) che portano un libro al successo, a partire dal frontespizio (dalla qualità del frontespizio che si può mettere ad un libro ne possono derivare tre cose: invitar gli uomini a leggerlo, eccitando il loro appetito; lasciarli indifferenti infine allontanarli disgustandoli). E aggiungeva alcune considerazioni di sociologia della letteratura (Bianchetti la chiamava 'psicologia dei lettori', aggiungendo che se il vocabolo di psicologia vi annoia o vi dispiace, cambiatelo pure a vostro senno). Si chiedeva: Quale e quanta parte hanno i lettori nella composizione delle opere letterarie? Rispondendosi giudiziosamente che per diventar popolare uno scrittore deve assecondare i gusti del popolo. Indagandoli, interpretandoli, valutandoli.

I musicisti hanno sviluppato analoghe ricerche di psicologia della musica, miranti a scoprire i vari tipi di ascoltatore.[18] Ad es. secondo Wellek[19] l'ascolto sarebbe polare, orientato alla chiarezza del suono, oppure lineare, orientato alla qualità tonale. In architettura ch'io sappia, nessuno s'è fin'ora preoccupato di accertare come la gente guarda gli edifici: se c'è chi li legge da destra a sinistra e chi dall'alto in basso; se c'è chi preferisce farsi un'idea generale per poi passare all'esame dei particolari e chi invece, poniamo, vede per prima cosa una serie di particolari distinti che poi integra e raccorda in una visione più generale; se c'è chi memorizza l'insieme e chi memorizza solo certi dettagli (>percezione).

 

Fin tanto che non avremo sviluppato ricerche sistematiche sui gusti dei clienti – magari senza arrivare agli eccessi d'un Roithamer[20] – dovremo accontentarci di trarre indicazioni là dove le troviamo.

Ad es. nelle guide turistiche, che sono di fatto i più popolari trattati di storia dell'ar­chitettura e che formano le opinioni della gente o quanto meno - dice ironicamente Sust - del gruppo culturale abbastanza ampio che, per intendersi, legge Selezione dal Reader's Digest.[21]

I turisti vanno a vedere solo ed esclusivamente quello che le guide consigliano. E le guide (Touring, Michelin, ecc.) seguono tutte i medesimi criteri per attribuire stelle o asterischi a certi edifici piuttosto che ad altri: devono essere grandiosi, spettacolari,[22] pittoreschi, decorati, esotici, con spazi interni definiti, con soffitti importanti, con aneddoto incorporato… Sono criteri popolari, certo, ma non da respingere: come dice Haskell ormai non crediamo più che la popolarità sia un'indicazione infallibile di assenza di valore: in verità in molti campi (penso al cinema e all'architettura) si sta di nuovo diffondendo l'idea che l'assenso popolare sia davvero un segno di merito e di virtù.[23]

 

Insomma, come dovremmo comportarci con 'sti benedetti clienti? Molte indicazioni ce le dà Barry LePatner, avvocato specializzato nel fornire assistenza agli architetti. Un cliente, racconta, contestava all'architetto l'im­porto della parcella e gli chiese perché mai avrebbe dovuto pagare più dell'usuale il progetto, solo perché era in stile hi–tech. Voleva anzi – dice LePatner – una assicurazione legale che il mio assistito, un importante e premiato architetto, non avrebbe sovradisegnato l'edificio e avrebbe concluso in tempo il suo lavoro senza sforare il budget. Diceva: "L'architetto deve capire che non può prevedere un curtain wall in acciaio inox se è fuori budget. Gli ho detto un'infinità di volte di mostrarmi altre soluzioni, ma lui continua a ripropormi quella a ogni incontro".

L'architetto che stava al mio fianco intervenne perorando per l'ennesima volta la bontà del suo progetto, senza tener conto dei segnali che gli facevo per avvisarlo che stava mettendo in pericolo il suo incarico. Chiesi una breve sospensione della trattativa e gli spiegai in privato cosa sarebbe accaduto se persisteva nel suo atteggiamento. Solo allora si decise, riluttante, ad accantonare quei disegni offensivi per il cliente.

Era il suo ego – si chiede LePatner – a fargli ripetere che era nel giusto? Era incapace di cogliere i segnali di nervosismo provenienti dal cliente? Tenendo duro aveva fiaccato la resistenza di altri clienti, per cui credeva di poterlo fare con tutti? Considero una tale inflessibilità irrazionale: raramente un architetto o qualsiasi altro fornitore di servizi conserverà la commessa o ne avrà di nuove in futuro se si presenta con un "io–so–quel–che–è–meglio".

Gli architetti danno spesso l'impressione di avere la puzza sotto il naso e ciò nuoce loro professionalmente. Il fatto è che non c'è abbastanza lavoro in giro, e per accaparrarselo devono chiedersi: cosa cerca un cliente quando contatta più studi in vista di affidare ad uno di loro un incarico? Ci sono delle strategie da impiegare per assicurarsi un maggior numero di incarichi? Quali sono i passi falsi da evitare quando si è di fronte ad un possibile cliente pubblico o privato e dobbiamo dargli un'idea chiara del servizio che saremo in grado di fornirgli? Che preparazione dobbiamo avere per essere messi al primo posto della lista dei candidati a un incarico importante?[24]

LePatner consiglia: iniziate domandando al cliente le principali aspettative che ha riguardo al progetto, perché porre domande intelligenti ed essere dei grandi ascoltatori è una delle qualità più apprezzate che potete esibire.

Poi prendete tutte le informazioni necessarie per poter discutere diffusamente col cliente i problemi da affrontare affinché il progetto abbia successo. LePatner racconta che Eugene Kohn [dello studio Kohn Pedersen Fox] è talmente pignolo nelle sue ricerche preliminari che i clienti spesso lo elogiano perché ne sa più di loro sulla città dove vivono e sulla storia delle loro attività. "Sviluppare con i clienti un terreno aneddotico comune – afferma Kohn – è essenziale per capire gli obiettivi e le aspettative del progetto".

Val la pena di informarsi preliminarmente degli eventuali rapporti avuti con altri architetti: se ha affidato con soddisfazione progetti a qualcuno dello star system mostragli soltanto i tuoi lavori più belli; se ha sofferto ritardi nell'ultimazione lavori presentagli casi in cui tu li hai conclusi in anticipo; se altri han faticato a costruire tutta la superficie realizzabile sul lotto mostra casi in cui sei perfino riuscito ad aumentare la superficie vendibile rispetto a quella che il cliente s'aspettava di poter realizzare.

Sii amichevole fin dall'inizio, raccomanda LePatner: nessuno ama lavorare con chi, indipendentemente dal suo talento e dalle sue competenze, ti fa sentire a disagio. E racconta di un architetto al quale il giorno prima di Halloween comunicarono che un cliente gli aveva revocato l'incarico. Lui, calmo, gli mandò un regalo d'occasione, augurandogli che il progetto avesse comunque successo. Il gesto fu ampiamente ripagato due anni dopo quando il cliente gli diede un nuovo incarico, più consistente del primo.

Mostra di avere a cuore gli obiettivi del cliente. Deve risultare chiaro che sarai personalmente coinvolto in ogni aspetto del progetto, che farai come se ogni spesa del cliente fosse tua. Mostra di essere sensibile ai problemi commerciali e in genere desideroso di collaborare per il raggiungimento degli obiettivi che il cliente si prefigge. Cita casi in cui hai affrontato problemi spinosi aiutando il cliente a risolverli col minimo della spesa. Se non è vero che spenderà poco, faglielo almeno credere. A cose fatte, magari ti dirà come Pio II a Rossellino: Bene hai fatto, Bernardo, dicendoci falso sulla spesa dell'opera. Se infatti ci avessi detto la verità, non ci avresti mai convinto ad affrontare una simile spesa, e non esisterebbero questo nobile Palazzo e questa cattedrale splendida fra quante sono in Italia. Per il tuo inganno sono stati innalzati questi illustri edifici.[25]

Fa in modo che fin dall'inizio il cliente e il suo staff sappiano che ti adoperi per metterli in buona luce agli occhi del loro superiori, dei loro finanziatori, dei loro azionisti, di chiunque entri in contatto con te nel corso del progetto. E naturalmente ricorda che la tua efficienza verrà giudicata anche in relazione alla presentazione grafica che sarai in grado di offrire.

LePatner aggiunge altri consigli specifici per i clienti di tipo pubblico. Mostra di avere un rapporto consapevole e informato con le questioni pubbliche o sociali che sono centrali per il progetto. Ad es. se è una scuola mostra interesse e competenza sulla didattica e in generale sulla formazione dei giovani. Cerca di capire il clima politico e finanziario del momento: tagli di bilancio, intromissioni e pressioni dei politici, riduzione degli organici, ecc. Nelle tue presentazioni mostra di conoscere i loro problemi e di essere solidale con loro, ad es. nel loro voler difendere il posto di lavoro con le unghie e coi denti. Fornisci risposte chiare ad ogni questione posta: non devono avere la sensazione che non stai dedicando la necessaria attenzione a loro e ai problemi che ti pongono. Non essere arrogante, non guardarli dall'alto in basso, mostra invece un sincero rispetto per loro in quanto responsabili di come si spende il denaro pubblico.

LePatner conclude l'articolo con una serie di domande che ogni architetto a suo parere dovrebbe porsi: quali servizi posso offrire al cliente oltre a quelli che già gli fornisco? Come differenziare i servizi che fornisco io da quelli dei concorrenti? Ci sono nicchie di mercato non ancora sfruttate da altri e nelle quali potrei far valere la mia competenza? Ci sono inefficienze da correggere nel modo in cui fornisco i servizi, per renderli più remunerativi? Quali modifiche introdurre per rendere la progettazione più conveniente e più tempestiva per i miei clienti? Quali servizi che non gli sto fornendo (chiedetelo anche a loro) sarebbero disposti a pagare? A quale scenario si troveranno di fronte i miei clienti (industriali, manager, amministratori, ecc.) fra cinque anni? Come posso prepararmi per trarre vantaggio da questi scenari?

 

Altri consigli li trovi in due capitoli di Architect? di Roger Lewis: il decimo, dedicato a «Come l'architetto si procura il lavoro» e l'undicesimo, «I clienti».[26] Se gli architetti stan seduti comodi, rilassati, aspettando che qualche nuovo cliente gli telefoni – dice alle pp. 193–194 – possono anche morire di fame. E li invita perciò a preoccuparsi di come vendere i propri servizi sul mercato, il che richiede due condizioni complementari: avere qualcosa da vendere, da un lato, e esserci una domanda, un bisogno, un mercato, dall'altraIl primo o i primi due incarichi vengono spesso dal trovarsi nel posto giusto al momento giusto (p. 194) … Sfortunatamente molti clienti associano la dimensione dello studio con la capacità di fornire prestazioni, dando per scontato che solo i grandi studi possano fare dei progetti grandi (p. 199) … Non mettersi d'accordo sull'onorario può costarti l'incarico, dato che il cliente può sempre trovare qualcuno che glielo fa per meno (p. 200). Soprattutto ora – aggiungo io – che anche da noi sono stati aboliti i minimi tariffari (in America la Corte Suprema li aveva aboliti già nel 1975, ritenendoli giustamente una violazione delle norme antitrust).

Farsi pubblicità nei media, considerato contrario all'etica professionale fino a tempi recenti, è ora perfettamente legale - negli Usa: da noi lo è diventato solo recentemente e con discutibili limitazioni –, ma è poco usato e considerato di cattivo gusto (p. 202). Mentre articoli sulla stampa locale possono avere il medesimo effetto di inserzioni pubblicitarie; apparire sulle riviste di settore serve a farci emergere fra i colleghi. Scrivete di architettura, qualsiasi argomento è buono purché ve lo pubblichino, anche se sono le questioni controverse e i "manifesti" personali ad attirare la maggiore attenzione (p. 203). Diventare celebri, rispettati e famosi è difficile per coloro che fanno dei lavori solo corretti e competenti, mentre è praticamente impossibile per coloro che fanno dei lavori miseri e privi di interesse (p. 204).

Sui concorsi dice: Alcuni architetti pensano che sia il metodo più corretto per scegliere un progettista, altri pensano esattamente il contrario. I primi credono che i concorsi offrano ai piccoli studi e agli architetti sconosciuti l'opportunità di "far punti" rapidamente, di guadagnar credito, di aggiudicarsi premi e incarichi significativi. Sono convinti che i concorsi selezionino i migliori progettisti, stimolino i progetti più creativi e innovativi mandando avanti proposte che l'architetto medio, che lavora per clienti conservatori, non si sognerebbe mai di avanzare. Chi è invece scettico o contrario ai concorsi fa notare che sono intrinsecamente ingiusti perché premiano solo chi asseconda i gusti, le preferenze stilistiche, della giuria, e non i bisogni o i gusti del cliente e dei futuri utenti. Inoltre i concorsi favoriscono i grandi studi, dotati delle risorse finanziarie e professionali che consentono presentazioni spettacolari Spesso il progetto vincitore non viene neppure eseguito [in Italia pare lo siano solo al 2–3%!] e i premi raramente coprono i costi sostenuti dai concorrenti, dato che chi lancia il concorso lo fa con l'unico scopo di ottenere una grande quantità di idee al minimo costo (p. 208).[27]

S'instaura molto più di una relazione d'affari – dice Lewis a p. 215 – fra il cliente e l'architetto che gli progetta la casa. Il progettista deve in qualche modo psicanalizzare il cliente, in modo da rendersene familiari usi, comportamenti, gusti, pulsioni, sentimenti. Può rimanere talora implicato nelle questioni personali del cliente, perché creare una nuova casa può far emergere conflitti sconosciuti e animosità represse. I progettisti sono spesso testimoni di scambi ostili fra marito e moglie su qualche questione, in merito alla quale devono poi fungere da consulenti matrimoniali e da pacieri. Di solito la mediazione ha successo, ma talvolta costruire la propria casa dei sogni può rovinare un matrimonio.

Soprattutto, aggiungo, se l'architetto, oltre a non riuscire nella mediazione, scappa con la moglie del cliente… Com'è successo a Wright con Mamah Cheney, moglie di un ingegnere per il quale aveva costruito la casa. I due amanti fuggono in Europa, vi restano un anno (1909), tornano infine a Taliesin, dove Mamah viene brutalmente assassinata nel 1914, assieme ai due figli John e Martha, dal cuoco di colore Julian Carlton. Costui era ossessionato dalle prediche di dannazione contro i suoi "padroni" e soprattutto contro quella "Jezebel", quella "puttana" di Mamah, nel linguaggio della Bibbia.[28] Inchiodate le finestre, dà fuoco alla casa e sull'unica porta attende brandendo un'accetta le sue vittime (saranno sette in tutto), mentre cercano di sfuggire alle fiamme. Jencks osserva impietosamente che quello di avere una sola porta per tutte le necessità era un principio funzionalista cardine dell'architettura wrightiana…[29]

 

Infine accenno al libro Architectural Practice, corredato fra l'altro di una vasta bibliografia. L'autore, Robert Gutman, un sociologo professore a Princeton, inizia citando una frase del peggior Le Corbusier, quello apocalittico: Affari! Quale dilemma! Se cercate di piacere alla gente diventate corrotti e vendete voi stessi; se fate quel che sentite di dover fare, provocate solo scontento e fate il vuoto intorno a voi

 

L'invito a tenere il cliente nella massima considera­zione, non vuol dire accettare qualsiasi sua richiesta, perfino, che so, quella del dittatore che vuole da noi un lager in cui torturare gli oppositori, del politico che ci vuol coinvolgere in un lavoro tangentizio, o dello speculatore che ci chiede di costruirgli in zona inedificabile o di trasgredire alle norme urbanistiche.

Ciascuno di noi, come dirò in >etica, si regolerà caso per caso secondo la legge e le proprie convinzioni. Qualcuno rinuncerà all'incarico piuttosto di apportare al progetto le sia pur minime modifiche richieste dal cliente (fig. 8): è il comportamento di Howard Roark/Gary Cooper nel film La fonte meravigliosa (>architetto).

 

 

8 – Fumetto di Maaik, 19/9/2006 (trad. Bettini).

 

Un altro accetterà il compromesso, magari cedendo il meno possibile rispetto all'idea iniziale. Un terzo farà tutto quel che il committente gli chiede, come quel Vautel diventato, a detta di Georges Simenon, il giornalista meglio pagato di Francia, in quanto aveva trovato il modo per dire ogni mattina ai parigini ciò che i parigini pensavano … Quando i parigini lo leggevano, erano estasiati, vi ritrovavano i loro pensieri.[30] Il lettore è il 'padrone' dello scrittore: Non mi dimentico neanche per un minuto – dice Calvino – (dato che vivo di diritti d'autore) che il lettore è acquirente e che il libro è un oggetto che si vende sul mercato. Chi crede di poter prescindere dall'economicità dell'esistenza e da tutto ciò che essa comporta, non ha mai avuto il mio rispetto.[31] Si venderà il mio libro? pensa ogni scrittore. Per qualcuno, anzi, val la pena di scriverlo solo se si venderà. Groucho Marx inizia così le sue memorie: L'impor­tante è quanta gente comprerà questo libro: abbastanza perché mi convenga spendere, per scriverlo, i resti della mia vitalità in rapido calo?[32]

Così dovremmo fare pure noi. Chiederci ogni volta che iniziamo un progetto: il mio cliente, lo amerà abbastanza da spenderci volentieri i suoi soldi? E quanta gente lo amerà oltre a lui? Quante riviste e siti internet lo vorranno pubblicare? Quanti studenti e colleghi lo vorranno imitare? Abbastanza perché mi convenga spendere, per progettarlo, i resti della mia vitalità in rapido calo?



[1] Antonio di Pietro Averlino, o Averulino (Firenze 1400–1414 c.a, Roma 1469–70 c.a) - più noto col soprannome greco, assunto in età matura, di Filarete, "amante della virtù" - scrisse, mentre era al servizio di Francesco Sforza a Milano, un Trattato di architettura in 25 libri, il primo in 'volgare', che però verrà pubblicato solo nel XIX sec., forse per via della pesante stroncatura che ne fece il Vasari (se alcuna buona cosa vi si ritrovi, è nondimeno per lo più ridicola). Cito dall'edizione a cura di Anna Maria Finoli e Liliana Grassi, Il Polifilo, Milano 1972, Libro II, pp. 40–41.

[2] Marco Biraghi, «Hagen 1898–1920: Karl Ernst Osthaus, mecenate–committente», in Casabella, 682, 2000, pp. 70–89.

[3] La storia di quel singolare personaggio, che in vecchiaia amava farsi vedere con un fez in testa e una rosa rossa tra i denti, è narrata da Dorothea Zanker von Meyer nell'articolo «Le eclettiche costruzioni del birraio Carl Jacobsen a Copenhagen», in Casabella, 672, 1999, pp. 46–51.

[4] Sindaco radicale di Lione, città natale di Garnier (1869-1948), gli commissionò il macello (1909-13), lo stadio olimpico (1913-16) e un ospedale di 27 padiglioni.

[5] Ha detto Venturi nel discorso d'accettazione del Pritzker a Città del Messico il 16/5/1991: In tempi recenti William Bowen e Neil Rudenstine, rispettivamente Presidente e Rettore di Princeton, sono stati il Lorenzo il Magnifico del nostro studio di architettura, mecenati di grande cortesia e capaci di discutere e di apprezzare (Zodiac, 12, 1994–95, pp. 208, 210).

[6] Ian Schrager ha commissionato a Starck diversi alberghi: il Royalton (1988) e il Paramount a New York, il Mondrian a Los Angeles, ecc. (Conway L. Morgan, Starck, Rizzoli, Milano 1999, pp. 56–57; Umberto Venturini, «Boutique? No, albergo», sul Corriere della Sera del 15/11/1999).

[7] Un analogo complesso di superiorità affligge talvolta i musicisti. Alessandro Baricco (Barnum, Feltrinelli, Milano 2006 21a, pp. 147-148) descrive un Ivo Pogorelich – eccelso pianista – che entra sulla scena con quell'aria di schifo che ha sempre quando si accorge che la sala è piena, e c'è un pubblico pagante, dio della volgarità. Prosegue Baricco: Forse dovrebbero spiegarglielo, una volta per tutte, che quelli lì sono umani regolamentari, si lavano, hanno due occhi e due orecchie, non vengono da Marte e si chiamano abbonati. Non è difficile da capire. Può farcela.

[8] Costantino Nivòla (1911-88), scultore nuorese emigrato negli USA nel 1938 perché antifascista e marito di un'ebrea tedesco-russa, Ruth Guggenheim (1917-2008).

[9] Jane Jacobs nel suo Vita e morte delle grandi città (Einaudi, Torino 1969), in particolare alle pp. 19–22, attacca violentemente la Ville Radieuse, la non–città che ripropone, peggiorandolo, l'ideale agreste della garden city.

[10] Peter Blake, «Ville Odieuse: Corbu in New York», in Progressive Architecture, 12, 1993, p. 68 (estratto da No Place Like Utopia).

[11] Alain De Botton, Architettura e felicità, Guanda, Parma 2006, pp. 63-64. L'odio di Le Corbusier per i clienti è ben esemplificato dalla seguente citazione: sappiamo bene che gran parte della miseria attuale dell'architettura è dovuta al cliente, a chi comanda, sceglie, corregge e paga (Verso un'architettura, p. 8). Molte altre informazioni nell'ottimo numero 3 (luglio 1980) di Rassegna, dedicato a «I clienti di Le Corbusier»: i Baizeau, gli Stein, i Savoye.

[12] Pier Carlo Santini, «La mia casa», in Francesco Dal Co, Giuseppe Mazzariol, Carlo Scarpa. Opera Completa, Electa, Milano 1984, pp. 264–266. Il testo si Santini è qui integralmente riportato nei >reprint.

[13] Carlo Scarpa, «Mille cipressi, conferenza tenuta a Madrid nell'estate 1978», in F. Dal Co, G. Mazzariol, cit., p. 286.

[14] Paolo Portoghesi, «Da Filarete a Victor Hugo», in Lotus, 70, 1991, pp. 122–124.

[15] Oriol Bohigas, «La morale nei confronti dell'incarico», in Lotus, 70, 1991, p. 112.

[16] L'idea masochista che si debba non accontentare, ma scontentare il cliente, è ancora ampiamente diffusa fra i progettisti che odiano i 'padroni' per cui lavorano. Leggo su Domus (875, nov. 2004, p. 6) che Enzo Mari, dopo aver disegnato per Zanotta una bellissima sedia di successo, la Tonietta, così si rodeva: questa sedia funziona bene sul mercato. Non capisco quale errore di progetto io abbia fatto!

[17] Giulio Carlo Argan, Progetto e destino, Il Saggiatore, Milano 1977, pp. 236–243.

[18] H. de la Motte, cit. in Gino Stefani, Franca Ferrari (a cura di), La Psicologia della Musica in Europa e in Italia. Atti del Primo Colloquio, Bologna 27/28 aprile 1985, Clueb, Bologna 1985, p. 16.

[19] Albert Wellek, Musikpsychologie und Musikästhetik, Akademische Verlagsgesellschaft, Frankfurt a. M. 1963.

[20] Nel romanzo Correzione di Thomas Bernhard (Einaudi, Torino 1995) il protagonista Roithamer costruisce per la sorella una casa a forma di cono in cui, dice, gli spazi sono creati in modo da corrispondere perfettamente all'essere di mia sorella, sono creati in modo da adattarsi di volta in volta allo stato mentale in cui si trova mia sorella quando entra negli spazi e così via. Per questo naturalmente è stato necessario anche osservare ininterrottamente mia sorella, osservazione continua della sorella fin dalla prima infanzia, e il fatto che già da sempre l'avevo osservata a fondo e già da sempre senza alcun pregiudizio, che mi ero occupato del suo essere per tutti gli anni della sua vita, prima comunque di concepire l'idea di costruirle il cono, è stato il più grande vantaggio E naturalmente ho anche osservato tutto quello che è in relazione con mia sorella, soprattutto le sue abitudini, le sue possibilità, le sue impossibilità, quello che è innato in lei e quello che le è stato inculcato e quello che dà a vedere Dapprima ho concentrato tutto il mio essere e cioè tutta la mia ragione e tutto il mio sentimento su mia sorella, poi li ho trasferiti sulla costruzione del cono, infine ho applicato le mie osservazioni, come conoscenze, alla costruzione del cono, quindi devo immaginare che il cono sia ideale per mia sorella. L'interno del cono come l'essere interiore di mia sorella, l'esterno del cono come il suo essere esteriore, e tutto il suo essere nell'insieme come carattere del cono Dapprima studio la persona per cui costruisco un edificio, poi costruisco l'edificio sulla base di questo studio, e uno studio simile dev'essere coerente in tutto e per tutto. E solo quando ho studiato l'essere di questa persona e in questo studio sono arrivato al punto di capire l'essere di questa persona o almeno di capirlo per quanto è umanamente possibile, mi rendo conto di come devo costruire e con che materiale costruire Come oggi si indagano e si devono indagare le origini delle malattie e i medici non tralasciano più questa indagine, così chi costruisce dovrebbe indagare, deve indagare su coloro per i quali costruisce, l'indagine sulla persona per la quale si costruisce dovrebbe sempre diventare obbligatoria per chi costruisce per questa persona, e dovrebbe essere vietato costruire per una persona sulla quale chi costruisce per lei non ha indagato o che almeno non ha conosciuto nella misura necessaria o indispensabile dopo l'indagine su mia sorella, soprattutto sul suo stato mentale ed emotivo, ho capito chiaramente che l'edificio che avrei costruito per lei era il cono. Nessun'altra forma (pp. 154–157).

Ma Roithamer doveva aver studiato male la sorella, o comunque errato nel concludere che la casa conica fosse per lei la più adatta. Il finale è tragico: la sorella, preso possesso controvoglia della casa, si ammala e muore; Roithamer si suicida.

[21] Xavier Sust, Las estrellas de la arquitectura, Tusquets, Barcelona 1975, p. 80. Lo trovi qui in >traduzioni.

[22] Comunque l'edificio spettacolare ha da essere raro, in città, perché è come il caviale: ottimo, gustosissimo, se hai anche dell'altro a tavola. A mangiare solo quello per un paio di giorni ti verrebbe il voltastomaco. Di solo pane si può vivere, di solo caviale no (Marilyn Monroe cit. da Gaetano Saglimbeni, Divi, divine e divani. Alcova, splendori e miserie della vecchia Hollywood, P&M Ass., Milano 1997).

[23] Francis Haskell, Le metamorfosi del gusto, Bollati–Boringhieri, Torino 1989, p. 315.

[24] Barry LePatner, «Listen Up or Lose the Client», in Architecture, 2, 1996, pp. 154–155.

[25] Enea Silvio Piccolomini, I commentari, II, p. 1767; cit. in Christof Thoenes, Sostegno e adornamento, Electa, Milano 1998, p. 180.

[26] Roger K. Lewis, Architect?, MIT Press, Cambridge MA 1985, pp. 193–210 e 211–228. Quando ha pubblicato il libro Lewis lavorava come professionista, insegnava all'Università del Maryland e teneva una rubrica sulla Washington Post.

[27] I concorsi presentano pure degli aspetti curiosi che ho segnalato in «Piccolo paradosso dei concorsi», in Modo, 181, 1997, p. 27 (ora in >reprint).

[28] Vittorio Zucconi, «Frank Lloyd Wright. Quell'amore finito tra le fiamme di Taliesin», in Repubblica, 12/12/2007.

[29] Charles Jencks, Kings of infinite space. Frank Lloyd Wright & Michael Graves, Academy, London & Martin's Press,  New York 1983, p. 34. Wright (1867–1959) ha avuto una vita sentimentale molto intensa e travagliata. Non ha neppure 22 anni quando nel 1889 sposa Catherine "Kitty" Lee Tobin. Nel 1909 l'abbandona assieme ai sei figli avuti da lei, per fuggire un anno a Berlino, dove Wasmuth sta curando la splendida edizione delle sue opere, e a Fiesole con Martha "Mamah" Borthwick Cheney (1869–1914), che farà poi quell'orribile fine. Non del tutto ripresosi dal trauma, sposa segretamente - a mezzanotte, su di un ponte del Wisconsin e col solo officiante - la pittrice Miriam Noel, dalla quale cerca subito di divorziare. Infine nel 1927, sessantenne, sposa la trentenne Olga Ivanovna "Olgivanna" Lazovich Milanoff, un'insegnante di Cetinje nel Montenegro, vincendo le resistenze dall'ex-moglie Miriam, che pure era riuscita a farli incarcerare entrambi per adulterio (convivevano dal '24).

[30] Francis Lacassin, Conversazioni con Simenon, Lindau, Torino 2004, pp. 66-67.

[31] Cit. da Ugo Pirro, Per scrivere un film, Rizzoli, Milano 1988 (1982), p. 96. La pensa in modo opposto Stefano Benni. Nel racconto «Il nuovo libraio», contenuto ne L'ultima lacrima, Feltrinelli, Milano 1994, pp. 31–42 tesse le lodi di un libraio che non vuol vendere i libri – chissà perché ha scelto quel mestiere! – e va ovviamente in fallimento. Il nuovo proprietario, che invece vuol vendere, Benni lo fa uccidere dai libri che gli crollano addosso, evidentemente preferendo star lì a muffire piuttosto che essere comprati e letti. Ho smesso di comprare i libri di Benni, sperando di farlo contento. Ben più sensata di lui la Littizzetto quando (in Sola come una gamba di sedano, Oscar Mondadori, Milano 2003, p. 195) c'invita a stare alla larga dai commercianti gelosi delle loro cose. Così perversamente affezionati ai loro prodotti che fanno di tutto per non venderteli. Non te li lasciano nemmeno toccare. Ti dissuadono. «Io, fossi in lei, non lo comprerei». Dei veri malati di mente.  

[32] Groucho Marx, Groucho e io, Adelphi, Milano 1997, p. 11.