Cosa pensa, la gente, di questo mestiere? Proprio gli
architetti sono i più pessimisti (dalla serie: facciamoci del male). Adolf Loos
arriva al punto di affermare: se volete oggetti d'uso conformi allo spirito
del vostro tempo, avvelenate gli architetti.[1]
Che poi non lo considerava neppure un omicidio: è noto - diceva - che non li annovero fra gli
esseri umani.[2]
Novant'anni dopo un altro architetto, Matteo Clemente, se ne esce con un libro
intitolato Gli architetti… Dovrebbero ammazzarli da piccoli![3]
E dagliela!
Fortunatamente la gente è in genere più benevola. Uno studio degli anni '80[4] ci collocava all'ottavo posto fra le professioni più ambite, preceduti solo da ambasciatore, giudice costituzionale, prefetto, pretore e direttore d'azienda, di banca e di giornale. Niente male, se si considera che venivamo prima degli avvocati (9° posto), dei commercialisti (10°), dei dentisti (11°), dei medici (12°), dei notai (13°), dei banchieri (14°), degli industriali (15°), dei professori universitari (18°), dei piloti d'aereo (20°) e degli ingegneri civili (21°).
Vent'anni dopo, nella graduatoria del Jobs Rated Almanac[5] - stilata in base a guadagno, stress, fatica fisica, sviluppo potenziale, sicurezza del posto, ambiente di lavoro – finivamo, è vero, al 144° posto, preceduti fra l'altro da computerista (1°), industrial designer (8°), urbanista (26°), avvocato (60°), disegnatore (77°), dentista (86°), prete cattolico (102°), professore universitario (116°), pianista (126°), cameriera (136°), rabbino (140°), infermiera (143°). Ma comunque prima di indossatore (145°), estetista (146°), fotografo (149°), portinaio (154°), autista di bus (168°), barista (179°), astronauta (180°), artista (199°), giocatore di basket NBA (205°), pompiere (216°), attore (218°) e saldatore (227°). Nonché prima del Presidente degli Stati Uniti, relegato al 229° posto!
La buona fama di cui il nostro mestiere gode è confermata dal numero di giovani che aspirano a praticarlo, talmente spropositato da costringere il Legislatore ad imporre, a partire dall'anno accademico 1993-94, la programmazione degli accessi, insomma il famigerato 'numero chiuso'. Che è comunque un numero ragguardevole, a mio parere del tutto eccessivo, di oltre 10.000 nuovi iscritti l'anno.
Tanti aspiranti architetti devono avere le loro buone ragioni, anche se non le conosciamo fino in fondo. Sentite ad esempio quelle di Paul Valéry, che prima di optare per la poesia pensava d'intraprendere gli studi di architettura. Il mio primo amore - scrive nei Quaderni - fu l'architettura, quella dei vascelli e quella degli edifici terrestri. La configurazione dello spazio in base ai solidi, l'ideazione delle strutture, delle altitudini sostenute, delle tensioni reciprocamente neutralizzate, l'arte di gettare un passaggio o uno strato di pietre, quella di passare da un lato all'altro di un'opera muraria, l'ebbrezza della tettonica, dei rapporti sensibili … questo mi ha soggiogato … Ancora non saprei dire con precisione che cosa amassi nelle costruzioni. Mi sembra che vi trovassi confusamente l'idea di nobili atti, di macchine, di movimenti sovrumani e inseriti nel reale. I materiali sono stati in movimento fino a una certa posizione, dove si sono bloccati reciprocamente. Niente mi colpisce maggiormente della padronanza e dell'arbitrio e persino dell'abuso del potere, quando questa libertà s'impone a ciò che non è libero, lo penetra e si cimenta con le leggi.[6]
Valéry si attendeva dunque dall'architettura ebbrezza, vertigine, penetrazione, abuso (forse sadico…) di ciò che non è libero. E considerava questi dei nobili atti.
Molto più prosaiche le motivazioni dichiarate dagli architetti al CENSIS nell'86–87.[7] Un 85,1% aveva scelto la professione perché gli interessava, un altro 11,5% la trovava gratificante, l'1,5% voleva imitare papà,[8] uno sparuto 0,3% sperava perfino di guadagnarci.
Non ci voleva il CENSIS, bastava Lapalisse, per scoprire che chi s'iscrive ad architettura è interessato a questo mestiere e lo suppone gratificante. Gli stessi interrogati sono probabilmente restii ad ammettere i veri motivi della loro scelta, o li ignorano in quanto inconsci. Ad esempio chi ammetterebbe, nel caso ne fosse cosciente, di aver scelto l'architettura per sublimare[9] in tal modo certe pulsioni erotiche o aggressive elementari, risalenti alla prima infanzia? Dover riconoscere una motivazione tanto 'bassa' e 'volgare', gli provocherebbe una ferita narcisistica insopportabile…[10]
Difficile pure dichiarare - noblesse oblige - il desiderio
di guadagno: al CENSIS l'ha fatto solo il tre per mille dei colleghi.
Praticamente 997 su mille farebbero questo mestiere anche gratis! Ma che bravi,
che disinteressati! Non lagnamoci poi se i >clienti non ci vogliono pagare e
se per tirare avanti siamo costretti a fare come l'architetto interpretato da
Woody Harrelson nel film Proposta indecente
(di Adrian Lyne, 1993), che cede per una notte a Robert Redford la moglie Demi
Moore, sia pure in cambio di un milione di dollari…
Tornando al CENSIS, gli sfugge completamente un altro motivo
che porta a intraprendere questo mestiere: la vanità, la speranza di ottenere
visibilità, successo e fama. Praticamente
tutti quelli che s'iscrivono ad Architettura sognano di diventare dei Grandi
Architetti, ma il CENSIS non se ne accorge. Mentre è ovviamente uno dei motivi
principali, assieme a quello economico. Tutti - scrive
impietosamente Kundera – (chi più chi meno) soffriamo della meschinità della
nostra banalissima vita, e tutti desideriamo sfuggirvi ed elevarci. Tutti (con
più o meno convinzione) ci siamo illusi di esserne degni, di essere i
prescelti, i predestinati a tale elevazione.[11]
La fama – con tutti i vantaggi che comporta - desideriamo naturalmente raggiungerla da vivi, ma non disprezziamo neppure quella postuma, con cui sopravviveremo (ah, riuscirci!) nel ricordo dei posteri (fig. 1).
Per favorire la propria fama postuma alcuni pittori hanno
donato allo Stato la casa, lo studio, con tutto quel che c'era dentro, all'unica
condizione – scrive nel suo testamento
Gustave Moreau (1826–1898) - di conservare la collezione per sempre,
o almeno il più a lungo possibile in modo da mantenere quel carattere d'insieme
che sempre permette di avere una visione completa della vita di lavoro
dell'artista. Sempre nel suo testamento
William Turner (1775–1851), già nel 1831, cioè vent'anni prima di morire, per
favorire la propria immortalità lasciava due quadri alla National Gallery,
fondata pochi anni prima. Purtroppo i biografi di Moreau e di Turner, credendo
di far loro un favore, hanno fatto i salti mortali per cercar di
dimostrare che i grandi lasciti dei due pittori non furono motivati dalla vanità.[12]
Joyce, all'inizio del suo primo testo teatrale, A Brillant Career, scrive con disarmante sincerità: Alla mia propria anima dedico la prima opera della mia vita.[13] E Andy Warhol dice di essere veramente geloso delle persone che danno il loro nome ai negozi molto grandi.[14] A noi architetti manca altrettanta onestà nell'ammettere che lavoriamo innanzi tutto per noi stessi e che sfogliamo morbosamente le riviste e sbirciamo i cartelli di cantiere per vedere quanti lavori hanno i colleghi. Per sembrare modesti e distaccati non mettiamo neppure la firma sulle nostre opere. Preferiamo sorvolare sulle nostre motivazioni egoistiche, dichiarando di voler fare gli edifici 'a misura d'uomo' (orribile locuzione) o – già meglio – a misura del cliente: funzionali, salubri, ecologici, rispettosi dell'ambiente, economici, forse perfino belli. In un raptus di megalomania possiamo credere, magari in buona fede, di lavorare nientemeno che per il progresso dell'umanità. E invece dovremmo ammettere, con Joyce e Warhol, di essere mossi, sostanzialmente, dalla vanità.

1 – Quando, mirando intorno su per l'erba / Vidi dall'altra parte giunger QUELLA / Che trae l'uom dal sepolcro, e 'n vita il serba (Petrarca, «Trionfo della fama»). Incisione in antiporta alla Descrizione della Certosa di Bologna ora Cimitero Comunale, Zecchi, Bologna 1828.
La vanità – dice Russell nel discorso del Nobel – è un movente di grandissima efficacia. Chiunque abbia a che fare con i bambini sa che essi fanno spesso delle buffonerie per attirare l'attenzione degli adulti e dicono: "guardami". "Guardami" è uno dei desideri fondamentali del cuore umano. Può assumere innumerevoli forme che vanno appunto dalla semplice buffoneria al perseguimento della fama postuma. Vi fu un principe del Rinascimento italiano cui il prete chiese, sul letto di morte, se dovesse pentirsi di qualcosa. "Sì, rispose il principe, un giorno ricevetti contemporaneamente la visita del Papa e dell'Imperatore. Li portai in cima alla mia torre per ammirare il panorama e mi lasciai sfuggire l'occasione di buttarli tutt'e due di sotto, il che mi avrebbe procurato fama immortale." La storia non dice – conclude Russell – se il prete gli concesse l'assoluzione oppure no.[15]
Come i bambini e il principe di Russell, ogni studente, ogni architetto, ogni artista sogna di strappare, una volta o l'altra, l'applauso: Paff paff paff paff paff… Che bravo sei stato, ragazzo! Tutte le luci del locale si accendono e "tutti", tout le monde, battono le mani… In questo rituale la ricompensa dell'artista è abbastanza ovvia. Egli guadagna esattamente ciò che, secondo Freud, è lo scopo dell'artista: la fama, il denaro e delle bellissime amanti.[16]
Il desiderio ossessivo di ammirazione – conferma Kundera – fa parte della natura stessa del talento lirico, è il segno distintivo del vero poeta lirico: perché poeta lirico è chi offre all'universo il proprio autoritratto con il desiderio che il proprio viso, colto sulla tela dei versi, sia amato e adorato.[17] Parafrasando, l'architetto offre all'universo il proprio autoritratto con il desiderio che il proprio viso, colto sulle pietre dell'edificio, sia amato e adorato.
Il desiderio di autoaffermazione, di immortalità se si vuole, può essere così smodato da sconfinare nel ridicolo o nel grottesco. In letteratura è il caso della ventiseienne e passionale aspirante poetessa Bettina Brentano (1785-1859) che tenta di sedurre il suo idolo, un Goethe (1749-1832) all'apice della fama, ma vecchio e senza denti. Narra Kundera che Bettina si esibisce per lui nel gesto del desiderio di immortalità: prima aveva messo le dita nel punto fra i due seni, come per indicare il punto stesso di ciò che è chiamato io. Poi aveva lanciato le braccia avanti, come per inviare l'io in qualche posto lontano, verso l'orizzonte, nell'immensità. Il gesto del desiderio di immortalità – prosegue Kundera - conosce solo due luoghi nello spazio: l'io, qui, e l'orizzonte laggiù, in lontananza; solo due concetti: l'assoluto dell'io e l'assoluto del mondo. Questo gesto non ha niente a vedere con l'amore, perché l'altro, il prossimo, chiunque si trovi fra questi due poli estremi (l'io e il mondo), è escluso a priori dal gioco, è omesso, non visto.[18]

2 –Mike Hermans (Maaik), 13/5/2008, da www.archmaaik.net.
Nel nostro mestiere abbiamo un Vittorio Gregotti che, nello stendere una lista semiseria dei più importanti architetti del mondo, ne elenca 25 e poi aggiunge: naturalmente io mi considero il ventiseiesimo.[19] Ha però fatto male i conti: i nomi prima del suo sono già ventisei, anzi ventisette per via del duo Reichlin e Reinhardt, dunque lui risulta 27° o 28°. Non solo si è autonominato immodestamente fra i migliori (fig. 2), ma vuole pure rubare dei posti in classifica!
Roger Lewis dedica metà del primo capitolo del suo libro Architect?[20]
alle ragioni a favore del diventare architetto («Why Be an Architect?»):
guadagnare molto denaro e procurarsi un alto livello di vita, accedere ai
massimi livelli della gerarchia sociale, raggiungere la fama e perfino
l'immortalità, contribuire allo sviluppo culturale dell'umanità, migliorare
l'esistenza del prossimo e trasmettergli le proprie conoscenze, ottenere ampie
gratificazioni intellettuali ed emotive, gioire nel fare i disegni, soddisfare
numerosi altri aspetti della personalità, prendere liberamente decisioni
importanti…
L'altra metà del capitolo la dedica alle ragioni per
tenersene alla larga («Why Not to Be an Architect»): a cominciare dall'altissima
mortalità scolastica e proseguendo con la scarsità di lavoro, la spasmodica
concorrenza per accaparrarselo, i rischi professionali a fronte di compensi
inadeguati, lo stress, l'ansietà, la delusione o addirittura la depressione che
ne deriva, la gelosia e l'invidia per i pochi fortunati, non ultimo l'accorgersi
che si è privi del talento che ci si era illusi di avere…
Intendiamoci, non sono problemi solo di oggi. Oltre un secolo prima di Lewis, nel 1871, Tomaso Cestari, in un libro sulle professioni,[21] dipinge ahinoi una situazione dell'architetto del tutto simile (fig. 3).

3 – L'architetto come lo rappresenta Cestari, p. 271.
Non può negarsi –
scrive alle pp. 281–283 – che il giovane architetto non istenti ad
aprirsi la via per farsi conoscere. Pur troppo le finanze pubbliche e le
private sono oggidì così esauste che non fanno sperare commissioni stragrandi.
E se pur v'ha qualche riccone, difficilmente allarga la mano a pro degli
artisti, o se commette un lavoro, il più delle volte vuol essere insensatamente
obbedito e compiaciuto contro ogni legge dell'arte. Dopo tanto rompersi di
cervello per combinare il suo piano coll'esigenze e colla spilorceria del
bizzarro committente, armato di pazienza visita il suo lavoro. Povero uomo! Si
vede sorgere un muro laddove avea disegnato un vacuo; qui si vede aprire una
finestra, invece di una porta; da per tutto scorge un contrordine, e il suo piano
guasto o storpiato. Terminata la fabbrica, è facile indovinare qual gloria, o
qual fama gliene ridondi! Da questa e da tante altre miserie il giovane architetto
non può sottrarsi, egli dovrà impazzire a lungo, egli avrà sovente a disperarsi
o per la mancanza di lavoro o per l'arbitrio di chi glielo commette.
Cechov consiglia: ogni neonato, appena venuto al mondo, conviene lavarlo accuratamente e, dopo avergli lasciato un po' di tempo per riposarsi delle prime impressioni della vita, picchiarlo energicamente dicendogli: "Non scrivere! Non scrivere! Non diventare mai uno scrittore!"[22] Propongo di aggiungere: "E non cercare di diventare architetto!"[23] Se una volta cresciuto insiste, leggergli il seguente articolo apparso sul Riformista del 30/10/2003.
Il 29,3% degli architetti in Europa è italiano[24]
… una media di un architetto ogni 548,8 abitanti … Nel Regno Unito abbiamo un
architetto ogni 7.413 abitanti, in Francia ogni 3.165 abitanti e in Olanda ogni
2.039 abitanti.[25]
Un primato che se letto in un contesto anomalo come quello italiano, costellato
da un popolo sterminato di geometri e dove la stessa professione è svolta da
diverse figure professionali e da albi obsoleti che permettono la professione
anche agli ingegneri elettronici oltre a quelli edili e civili, cambia i toni
passando dalla commedia grottesca alla tragedia greca.[26]
Se consideriamo i dati degli studenti iscritti alle
facoltà di Architettura europee vediamo che la tendenza continua a crescere:
infatti uno studente di architettura su 2,7 in Europa è sempre italiano. Anche
facendo riferimento agli Stati Uniti le cose non cambiano. Abbiamo 76.000
studenti iscritti contro i 45.000 di oltreoceano che diventano ogni anno oltre
6.000 nuovi architetti in Italia e 8.356 negli Usa.
Le possibilità professionali sono ridottissime, le
parcelle sono ridotte perchè devono competere anche con quelle dei geometri, e
la qualità degli edifici è scadente per la poca esperienza professionale e l'incapacità
delle università nel formare completamente una figura professionale come quella
dell'architetto…
Quanto tempo impiega uno studente di Architettura a
laurearsi in Italia? … Il quadro della situazione risulta chiaramente
disastroso. Per quanto riguarda i fuori corso, il 58% di questi … ci mette
minimo 9 anni al conseguimento della laurea. Ma questo dato generico nasconde
al suo interno diverse realtà. Se da un lato abbiamo piccole realtà come Ascoli
dove l'88,2% degli studenti si laureano con al massimo due anni fuoricorso e
nessuno va oltre il terzo, dall'altro abbiamo facoltà come Pescara che detiene
il record negativo con la stessa percentuale dell'88,2% di studenti fuoricorso
da almeno 4 anni. Segue al secondo posto la Sapienza di Roma con l'86%. Al
terzo posto troviamo la Federico II di Napoli con l'81,6% e Firenze al quarto
con «solo» il 77,3% di fuoricorso da almeno quattro anni. Queste quattro
facoltà insieme costituiscono il 37,6% della popolazione studentesca di
architetti. Quindi possiamo dedurre che oltre un terzo degli studenti italiani
che studiano Architettura invecchia nelle facoltà fino almeno ai trent'anni.
Solo questo sarebbe sufficiente per renderci conto di quanto sia grave la situazione
… Le percentuali maggiori di fuoricorso spesso le troviamo nei grandi atenei
con eccezioni come il Politecnico di Milano, che è la facoltà con la
popolazione maggiore di studenti di architettura e che ha solo il 23,8% di
fuoricorso.
Eccezione al contrario è ancora Pescara che nonostante
risulti una medio-piccola facoltà ha la seconda percentuale più alta di fuoricorso
con il 63,6 % solo dopo Napoli con il suo terrificante 76%. Percentuali che
crescono ancor di più se prendiamo in esame solo i dati della vecchia laurea
quinquennale: 87,4% di fuoricorso a Napoli e 79,1% a Pescara … Tranne Milano e
in parte Venezia e Roma Tre il resto degli Atenei ha oltre la metà degli
studenti fuoricorso. Con queste percentuali la facoltà di Architettura risulta
essere nel sistema universitario Italiano uno dei fanalini di coda in assoluto,
con l'età anagrafica dei laureati tra le più alte con oltre la metà degli
studenti che si laurea tra i 30 e i 34 anni
Le università invecchiano e scoppiano di iscritti, solo
il Politecnico di Milano conta il doppio di tutti gli studenti di Architettura
del Regno Unito con oltre 13.000 iscritti contro i 7.948 studenti di
architettura d'oltre Manica.[27]
Ogni anno ci sono 3.000 iscritti in più[28]
nonostante le lauree triennali stiano in parte contenendo questo andamento.
Arriviamo allora intorno ai trent'anni con una laurea in Architettura e visto
che lavoro non c'è si fa un master. Si moltiplicano di anno in anno master
sempre più costosi che in alcuni casi sono solo il frutto di un'operazione di
marketing che qualche altro architetto ha inventato perché anche lui non
riuscendo a lavorare come tale cerca di guadagnarsi da vivere nel sistema della
formazione di eccellenza. Spesso con altrettanto scarsi risultati. Altro
fenomeno è quello dei dottorati nelle università, altro parcheggio in attesa di
futuro impiego, dove al posto di ricerche si fanno le lezioni per il professore
di turno, che non ha tempo a sufficienza perché impegnato nel suo studio.
Quindi, ricapitolando, dopo dieci anni all'Università o
si fa qualche master o si fanno i dottorati e si arriva ai 33-34 anni. Ancora
senza guadagnare un euro, anzi continuando a "investire" su se
stessi. A conti fatti sono usciti dal portafoglio decine e decine di migliaia
di euro e ancora non si vede l'ombra di un quattrino. Le possibilità di lavoro
sono scarse per via del soprannumero ed il sistema legislativo con le leggi
come la Merloni favorisce i pesci grandi e non dà scampo ai piccoli studi associati.
Nel paese con la più alta
percentuale al mondo di rapporto architetti su abitante e dove anche un
ingegnere elettronico può costruire edifici, che altra possibilità c'è? Non
possiamo biasimare troppo quelli che scappano all'estero: quanti sono gli italiani
che hanno la possibilità di arrivare a 34-35 anni senza ancora aver iniziato a
lavorare?
Fin qui l'impietoso articolo del Riformista. Insomma, chiunque non abbia un'incoercibile
vocazione, meglio se sostenuta da un solido patrimonio familiare, dovrebbe astenersi
dall'intraprendere gli studi da architetto. O essere scoraggiato in tutti i
modi dal farlo. Invece ne immatricoliamo allegramente oltre 10.000 di nuovi
all'anno e continuiamo altrettanto allegramente ad aprire nuovi corsi di
laurea, ormai più di cento fra Rieti, Mondovì, Rende, Dalmine, Enna,[29]
Campobasso, Udine, Aversa, San Donà di Piave, Agrigento, Cava dei Tirreni[30]…
La pazzesca situazione è solo in minima parte mitigata dalla patologica mortalità scolastica che affligge le Facoltà di Architettura. Nel 1996 al Politecnico di Milano si laureavano 9,4 studenti su 100, 8,2 alla Federico II di Napoli, 7,2 allo IUAV, 5,4 alla Sapienza di Roma.[31] A Pescara nel 1990–91 avevamo 166 laureati su 4.768 iscritti (cioè il 3,5%) e l'anno dopo 177 laureati su 4.501 iscritti (il 3,9%).
Un'ulteriore falcidia avviene all'Esame di Stato, dove i promossi oscillano a Pescara fra il 25 e il 50 % e altrove sono ancora di meno. D'altronde negli Stati Uniti, nella sessione di giugno 1995, più del 60% degli aspiranti architetti non han superato l'esame di progettazione, malgrado i tre anni di esperienza fatti presso uno studio[32], tirocinio che là era obbligatorio, peraltro sottopagato o non pagato.[33]
Una volta superato l'Esame di Stato, la selezione prosegue
implacabile: secondo una indagine svolta dell'Ordine di Milano negli anni '70,[34]
quando su cento iscritti se ne laureavano meno di venti, solo una decina
s'iscriveva all'Ordine, quattro o cinque esercitavano effettivamente in vario modo
la professione e gli altri s'arrangiavano con gli equilibrismi più disparati
(fig. 4).
Trent'anni dopo le cose sono migliorate? Sembrerebbe di sì. I dati raccolti a partire dal 1997 dal Consorzio AlmaLaurea (www.almalaurea.it/universita/occupazione) dicono che nel 2006 a un anno dalla laurea lavoravano (ma come? ma dove?) già il 72% dei laureati in architettura (il 77,8% degli uomini e il 67,3% delle donne), una percentuale che li collocava ai primissimi posti fra tutti i laureati italiani, e comunque molto al di sopra della media, indicata nel 52,4%. A cinque anni dalla laurea si poteva addirittura parlare, sempre secondo AlmaLaurea, di piena occupazione, con ben il 92% degli architetti al lavoro. Sempre secondo AlmaLaurea nel 2008 i laureati in architettura, nel mercato del lavoro, sono secondi dietro ai soli ingegneri: a un anno dalla laurea il 72,7% degli lavora (media nazionale 54,9%); a tre anni l'89,3% (contro il 71,8%); a cinque anni il 94,2% (contro l'85%). Note dolenti invece dai guadagni: un architetto maschio guadagna in media 1.455 euro a cinque anni dalla laurea, nella parte bassa di una classifica che vede una media di 1.570 euro (al primo posto i medici con 2.359 euro e all'ultimo gli avvocati con 1.334).

4 – La professione vista da L. Hellman in Progressive Architecture, 10, 1991, p. 100. Dice il testo: Da un bel po' non possiamo limitarci a progettare edifici. Per sopravvivere occorre diversificare, allargarci ad altri campi come: i media ("Gente, non vi siete ancora resi conto di cosa potrebbe fare per voi il tardo classicismo Postmoderno?!"), la critica ("Trovo la vostra elementare giustapposizione gravemente difettosa. E per quanto riguarda il vostro contestualismo spaziale…"), i beni immobili ("Perché dite che ha bisogno di un bel po' di restauri? L'abbiamo appena costruita!"), gli appalti ("OK gente, vorrei attirare la vostra attenzione su quest'intervento modulare sottilmente articolato…"), i finanziamenti ("Ho una moglie e dei principi modernisti da mantenere") e perfino dei lavori notturni ("Un'altra Piazza con Funghi; e annulla la Grande Piramide di Braciole!") [gioco di parole fra Cheops=Cheope e chops=braciole].
C'è una notevole differenza di condizione lavorativa fra laureati di >sesso maschile e femminile, ma negli ultimi anni le donne architetto, tradizionalmente penalizzate, hanno fatto dei consistenti passi verso la parità professionale. Il loro rapido aumento numerico è ben riassunto nell'editoriale di Casabella 732 (aprile 2005, monografico donne e architettura), firmato da Chiara Baglione e Mercedes Daguerre: tra gli studenti italiani laureati in architettura … le donne hanno superato, anche se di poco, gli uomini. Nel 2003 (dati del 31 gennaio 2004) si sono laureati in Italia 10.733 studenti, di cui 5.518 donne (51,4%) … Le iscritte all'albo professionale, che nel 1968 erano il 12,8% (su un totale di 6.444 appartenenti all'ordine), sono salite nel 1999 al 28,9% (su un totale di 78.385) e al 35% alla fine del 2004. Ma vi è un altro dato più significativo: al 31 dicembre 2003, fra gi iscritti all'albo di età inferiore ai 35 anni (il 22,1% del totale) le donne erano ormai il 50,6%. L'architetta continua però a guadagnare meno dei colleghi maschi: secondo Almalaurea (2008) solo 1.215 euro, sotto la media femminile di 1.273 e molto staccata dalla donna medico (2.238 euro).
Molto resta da fare per raggiungere una effettiva parità di
ruoli e occasioni professionali. Nel citato editoriale di Casabella si osserva che passando al mondo professionale
le donne perdono progressivamente posizione: diminuiscono coloro che esercitano
autonomamente la libera professione e aumentano le "architette" che
svolgono un lavoro dipendente (spesso part-time e con mansioni improprie
rispetto alla preparazione effettiva).
Analoga penalizzazione riguarda l'insegnamento universitario: tra i docenti di
composizione le donne sono appena il 9,5% degli ordinari, il 20,7% degli associati
e il 32,7% dei ricercatori. Va meglio a storia (col 32,4% degli ordinari, il
35,6% degli associati e il 57,4% dei ricercatori) e soprattutto a tecnologia
(col 38,8% degli ordinari, il 40% degli associati e il 30,8% dei ricercatori).
Comunque una trattazione più ampia dell'argomento la trovi nel capitolo sul
>sesso, al quale ti rimando.
Negli altri Paesi le "architette" stanno più o
meno come in Italia, con l'eccezione dei Paesi nordeuropei, molto più attenti
alla parità uomo-donna. In Giappone, per fare un esempio, le donne non hanno
potuto neppure accedere agli studi di architettura fino a ben oltre dopo la
fine della seconda Guerra Mondiale!
Almeno guadagna adeguatamente chi, dopo tante tribolazioni, riesce a esercitare la professione? Pare proprio di no. Secondo dati Inarcassa, nel '97 il 30 per cento degli architetti tra i 30 e i 35 anni dichiara un reddito annuo inferiore ai 10 milioni (tra i non iscritti si sale al 50 per cento). I professionisti di ogni età considerati 'in sofferenza', cioè con reddito inferiore ai 30 milioni, sono la metà del totale, il 75 per cento in Calabria. Sebbene distorte da una inevitabile quota di evasione fiscale, queste cifre segnalano un'ampia fascia di disagio.[35]
In altri Paesi gli architetti stanno meglio? Qualche anno fa negli Stati Uniti solo uno studente su sette riusciva a laurearsi, di questi molti non praticavano la professione e di quelli che la praticavano tre quarti erano dipendenti.[36] I disagi non finivano qui: nello Stato di New York – dice Philip Johnson – mentre i medici possono fregiarsi di un cartellino speciale sulla macchina e i giornalisti con il cartellino stampa possono parcheggiare dovunque, noi prendiamo la multa anche quando parcheggiamo sotto lo studio. Ho parlato del problema del parcheggio a ragion veduta perché è uno degli status symbol più cari agli americani. Vi confesso che non vedo l'ora di avere una lunga Cadillac nera con l'autista e una tessera qualunque che mi permetta di entrare dove voglio. Ma questi sono futili sogni oggi![37]
Philip Johnson, l'unico architetto che abbia avuto il coraggio di dichiararsi più ricco dai suoi clienti, ha solo dei problemi di parcheggio. Gi altri ne hanno di molto più gravi. Secondo Peter Blake in gran parte gli architetti muoiono poveri.[38] E Lewis conferma che guadagnar denaro può essere un problema serio per gli architetti e ottenere compensi adeguati è un problema che riguarda l'intera professione. Lewis consiglia: sii un architetto per molti altri motivi, ma non per diventare ricco. E corrobora la sua esortazione con delle impietose tabelle da cui risulta che il salario medio annuo di un architetto negli Stati Uniti era nel 1981 di 19.819 dollari, pari all'incirca a quello d'un operaio edile (19.178) e largamente inferiore non solo a quello d'un medico (46.533) o di un ingegnere (31.069), ma perfino a quello di un professore (27.429), di uno specialista di computer (26.700), di un venditore (24.968) e di un commercialista (24.905).[39]
Dalla fine degli anni '80 la recessione mondiale ha ulteriormente peggiorato le cose. Robert Gutman scrive nel '92 che il mercato del progetto è più depresso di quanto sia mai stato dagli anni '30 in avanti … Dati raccolti dall'Ufficio del Lavoro indicano che negli ultimi tre anni 15.000 architetti hanno lasciato la professione per altri tipi di lavoro, mentre altri 7.000 sono attualmente disoccupati: nel complesso sono più del 20%. In città come New York la percentuale è sicuramente più alta … Anche in passato gli architetti americani hanno frequentemente sofferto alti livelli di disoccupazione. Durante la depressione della metà del decennio 1890, William Mead scriveva a Charles Follen McKim esprimendogli la sua opinione che presto i partners dello studio McKim, Mead e White sarebbero finiti all'ospizio dei poveri. Si trattava del più grande studio statunitense, che in quegli anni dovette dimezzare lo staff, da 120 a 60 persone. In quel medesimo periodo dovette chiudere lo studio di Adler & Sullivan … Negli anni '30 il 90% degli architetti americani rimase senza lavoro … Secondo le ricerche pionieristiche di Judith Blau sugli studi di architettura, il 50% di quelli registrati nelle Pagine Gialle di New York nel 1974 non risultavano più nel 1979 … le persone per le quali la sicurezza economica è un valore primario, non scelgano la carriera di architetto.[40]
Negli anni '90 l'occupazione degli architetti statunitensi ha continuato a diminuire. Su questo andamento è indiscutibile l'impatto della recessione: dal 1989 le costruzioni non residenziali sono calate del 31% e la occupazione degli architetti del 24%.[41] Ma sono operanti pure fattori non congiunturali, come l'introduzione del computer, che ha eliminato l'esecuzione dei disegni, un tempo pane per i neo laureati. Come si vede, neppure per gli architetti americani son tutte rose e fiori.
Eppure, a scorrere la rete, li troviamo a lavorare dappertutto, e corriamo il rischio di esserne colonizzati! L'aveva segnalato pure l'allora presidente del consiglio Romano Prodi nel giugno del '98: noi abbiamo una struttura di libere professioni individuali e frammentate. Così ho visto che in alcuni casi sono entrati in Italia studi professionali stranieri più grandi e hanno fatto una strage … Noi dobbiamo cambiare la struttura prima che gli stranieri si prendano anche questo pezzo di mercato … Chiedo al Parlamento di esaminare la questione nella sua dimensione, che può essere terribile: studi di architettura in mano agli stranieri con l'acquisizione dei grandi lavori.[42]
La minaccia è effettiva: basta vedere cos'è successo in altri paesi dove gli studi americani, più avanzati dei locali, sono penetrati in modo massiccio – se volete imperialistico – accaparrandosi buona parte delle commesse più consistenti. Assai significativi i dati riportati dalla rivista Architecture nel numero di ottobre '97: dai primi anni '90 i grandi studi statunitensi, spinti dalla depressione in patria e favoriti da una serie di fattori quali il tumultuoso sviluppo economico dei paesi asiatici, l'apertura al mercato dei paesi ex comunisti, i finanziamenti internazionali per lo sviluppo economico ecc., hanno acquisito quote sempre crescenti del mercato internazionale, raggiungendo nel 1997 un fatturato estero di circa 4500 miliardi di lire, il triplo del decennio precedente.
La fetta più grossa andava a HOK, cioè Helmut Obata & Kassabaum con sede a St. Louis nel Missouri, decine di filiali negli USA e in varie parti del mondo, 1.790 dipendenti di cui 926 architetti. Dei 450 miliardi incassati nel 1997 ne hanno fatturati ben 135 all'estero. Fra i loro lavori c'erano un complesso di uffici a Londra, l'aeroporto internazionale di Sendai e il centro di telecomunicazioni di Tokyo.
Al secondo posto Skidmore, Owings & Merrill di Chicago (750 dipendenti di cui 414 architetti), che avevano incassato all'estero 72 miliardi di lire su di un fatturato totale di 144. Fra le commesse una torre di uffici a Shanghai, l'aeroporto internazionale di Tel Aviv e un grande complesso a Kuala Lumpur.
Seguivano RTKL Ass. (Baltimora, 518 dipendenti), Kohn, Pedersen & Fox (New York, 201 dip.), Wimberly Allison Tong & God (Newport Beach, California, 278 dip.), NBBJ (Seattle, 616 dip.), Ellerbee Becket (Minneapolis, 773 dip.) e all'ottavo posto Murphy & Jahn di Chicago (85 dip). Questi ultimi erano quelli con la massima percentuale all'estero, ben il 95%: nel '97 stavano realizzando il Centro Sony a Berlino, una torre d'uffici a Kuala Lumpur e l'aeroporto internazionale di Bangkok.
Li seguivano Kohn Pedersen Fox con il 61% all'estero, per un complesso a Shanghai, una torre d'uffici a Tokyo e la torre delle poste a Seul. Tipi edilizi più frequenti: uffici (21%), alberghi (19%), commercio (10%), ospedali (5%), fabbriche (5%), centri congressi (4%), scuole (4%), divertimento (3%), istituti di ricerca (3%), trasporti (3%), musei (2%), sport (1%), uffici pubblici (1%), pianificazione (1%) e altro (18%) dalla grafica ai servizi finanziari.
In quali paesi operavano prevalentemente nel '97 gli studi americani? Al primo posto il Regno Unito, seguito nell'ordine da Cina, Corea del Sud, Messico, Giappone, Brasile, Malesia, Filippine e Canada. I mercati in cui la presenza statunitense cresceva più rapidamente erano Cina (11%), India (10%), Brasile (7%), Filippine (7%) e Inghilterra (7%) seguiti da Germania, Singapore, Argentina, Vietnam, Malesia, Giappone, Francia, Belgio, Messico, Cile, Corea, Australia e Hong Kong. Nel '97, nell'elenco, l'Italia non figurava: evidentemente il nostro mercato offriva allora scarse occasioni.
Nell'ottobre del '98 Architetcture ha pubblicato il suo secondo rapporto sui primi 50 studi americani operanti nel mondo. Il repentino collasso economico di Tailandia, Malaysia, Indonesia e Corea del Sud li ha costretti a cercar lavoro altrove, soprattutto nei paesi latino–americani in sensibile crescita economica. La Cina, nel '97 al 2° posto, è diventata nel '98 il loro primo mercato estero, seguita dal Brasile (che era al 6° posto), Cile (non classificato nel '97), Messico (confermato al 4° posto), Argentina (non classificata nel '97), Gran Bretagna (caduta dal 1° al 6° posto) e Russia (non classificata '97).
Come fatturato all'estero si confermavano al primo posto i soliti HOK, con dipendenti cresciuti a 2.008, di cui metà architetti, in ben 50 paesi fra cui l'Italia, con un fatturato di 480 miliardi di lire, di cui 150 all'estero), seguiti da RTKL Ass. (erano al 3°) e da Wimberly Allison Tong & Goo di Honolulu (erano al 5°).
Da notare che mentre nel '97 l'Italia era assente fra le nazioni 'colonizzate', nel '98, oltre ai già citati HOK avevano lavori qui da noi Gensler[43] di S. Francisco (con 1.450 dipendenti di cui 410 architetti), Einhorn Yaffee Prescott di Albany (con 403 dipendenti di cui 164 architetti) e Kohn Pedersen Fox di New York (con 209 dipendenti di cui 151 architetti).
Negli anni seguenti non mi sono più abbonato alla rivista Architetcture e dunque non so come le cose si siano evolute. Ma non ho ragione di credere che siano sostanzialmente mutate. Ci sveglieremo in tempo, prima che sia troppo tardi? Ce la faranno le nostre università a sfornare un nuovo tipo di professionista che possieda le competenze non solo progettuali, ma imprenditoriali, economiche, comunicative, ecc. necessarie per resistere alla colonizzazione? Speriamo…
L'edilizia continua a essere un settore consistente della produzione, ma il guaio è che nel giro d'affari complessivo (per il 2001 era in Italia di 150 miliardi di Euro[44]) gli architetti entrano solo in minima parte, malgrado la nostra sia una delle professioni più antiche.[45] In Italia non riusciamo a costruire più del 2–3% degli edifici[46] mentre il rimanente 97–98% è appannaggio di capomastri, periti edili, geometri e ingegneri.[47] Non c'è da stupirsi se, come dice Gregotti, uno dei più profondi sentimenti dell'architetto è oggi quello della sua superfluità.[48]
Altri settori sarebbero corsi ai ripari commissionando ricerche di mercato, consultando esperti, sperimentando nuove strategie, cercando di entrare in altri mercati, studiando nuovi prodotti, investendo in campagne pubblicitarie. Gli architetti invece, particolarmente dediti alla cultura del piagnisteo di cui parla Hughes nell'omonimo libro, a differenza dei medici e degli avvocati che si riuniscono per parlare sul modo di guadagnare di più, parlano esclusivamente di che cosa è andato storto, dove, quando e di chi è la colpa.[49]
È ora di smetterla, e parlare finalmente di come portar via quote di mercato ai nostri concorrenti, di come aprirci nuovi spazi nei servizi agli enti, alle industrie, alla pubblicità, al cinema, alla televisione, all'editoria, alla formazione, ecc. Se vogliamo riabilitare un'architettura che è disonorata e in disgrazia,[50] dobbiamo riposizionarci; e per farlo dobbiamo innanzitutto cambiare identità, cambiare i prodotti e i servizi che forniamo, e far di tutto per comunicare alla gente questa nuova identità, per migliorare l'immagine che hanno di noi.
Smettiamola di farci del male. Gli aspetti su cui intervenire sono talmente tanti da non avere che l'imbrazzo della scelta. Comincio da quelli, particolarmente irritanti, che ci siamo caricati volontariamente sulle spalle: mi riferisco ad es. alle tante battaglie intraprese in questo secolo contro le abitudini abitative, i gusti e i desideri della gente.[51]
Ci siamo scagliati contro i tetti a falde, i materiali tradizionali, la decorazione, il simbolismo, le tendine alle finestre (fig. 5). Abbiamo bollato come passatista, reazionario o addirittura delittuoso (Loos) a tutto quanto fatto in passato (fig. 6), abbiamo sdegnosamente rinunciato alle possibilità offerte all'architettura dal suo essere considerata un'arte bella, anzi la madre di tutte le arti.

5 – "Il mio edificio: rovinato!" (da Louis Hellman, Architecture for beginners, Writers and Readers–Unwin, London 1986, p. 166).

6 – Diversi punti di vista su come va fatta una casa per anziani (da Louis Hellman, Architecture for beginners, cit., p. 173).
Non firmiamo più, salvo rare eccezioni (figg. 7-9), le nostre opere, quasi ce ne vergognassimo. Qualcuno, in un delirio auto-punitivo, arriva ad avallare l'opinione che i migliori edifici siano figli non di progettisti geniali ma prodotti corali di un mondo senza proprietà artistica … una specie di paradiso in cui la poesia è stata fatta da tutti e per tutti.[52]
Abbiamo combattuto gli usi locali a favore di un internazionalismo stilistico, che ha reso i quartieri costruiti nel XX sec. noiosamente uguali in tutto il mondo. Abbiamo ridotto la casa a una macchina per abitare, negandole ogni connotato simbolico; e abbiamo "liberato gli edifici dalla schiavitù della strada", producendo non una città radiosa, ma un'odiosa non–città in cui la strada è una non–strada, orfana delle fronti edificate.
I risultati di tali ridicole e masochistiche battaglie sono sotto gli occhi di tutti: Giulia Ciniselli ci ha fatto pure un film, La casa fuori misura, in cui racconta candidamente della casa troppo moderna di sua suocera, che la tiene pulita ma si è ritirata a vivere in cantina.[53]

7 – Centro Torri, Parma (foto Bettini, 1988).

8 – Gradino d'ingresso al centro commerciale del quartiere Antigone a Montpellier (foto Bettini, 1997).

9 – Scritta sulla chiesa «Dives in Misericordia» a Roma
Tor Tre Teste, completata nel 2003 (foto Bettini, 2004).
Dovremmo abbandonare senza rimpianti le posizioni autolesioniste, che tutt'ora sopravvivono in consistenti strati della didattica e della professione. Smorziamo certi immotivati rigori e certi fastidiosi empiti pedagogici nei riguardi del cliente, che in definitiva è il nostro datore di lavoro. Non imitiamo il Le Corbusier che con la sua irragionevolezza, con la sua visione tragica del mondo e dunque antagonista ad esso, persegue sistematicamente il martirio di San Corbusier, enumerando minuziosamente, ossessivamente, nei suoi libri ogni insulto che gli veniva rivolto: lunatico, megalomane, criminale, ecc.[54] Sentite cosa ne pensa Dalí: Quando avevo appena vent'anni, un giorno ero a pranzo dal mio amico Roussy de Sales, in compagnia di Le Corbusier, architetto masochista e protestante, che è, come risaputo, l'inventore dell'architettura dell' autopunizione. Le Corbusier mi domanda se avevo delle idee sull'avvenire della sua arte. Sì, certo che ne avevo. D'altronde ho idee su tutto. Gli risposi che l'architettura sarà flaccida e pelosa e affermai categoricamente che l'ultimo grande genio dell'architettura si chiamava Gaudí, il cui nome in catalano significa 'godere', così come Dalí vuol dire 'desiderare'. Gli spiegai che il godimento e il desiderio sono propri del cattolicesimo e del gotico mediterraneo … Le Corbusier aveva l'aspetto di chi mangia fiele.[55]
Abbandoniamo le posizioni masochiste, dunque. Torniamo a firmare le nostre opere, a scrivere il nostro nome sull'edificio. Ribadiamo con forza che tanti begli edifici non firmati non sono creazioni collettive, ma di un autore di cui s'è persa memoria e che non ha potuto seguirla né proteggerla contro le trasformazioni, le deformazioni, le eterne metamorfosi su di essa perpetrate.[56] Rivendichiamo il diritto d'autore già ottenuto da scrittori, pittori, compositori e registi, in modo da impedire o almeno limitare le manomissioni che vengon fatte sulle nostre opere senza nostro consenso.
Smettiamo di considerare 'moda' una brutta parola e anzi tentiamo nuove strade stilistiche, accelerando così l'avvicendamento delle mode architettoniche (fig. 10). Dicono Herzog e De Meuron: un mucchio di gente pensa che la moda attuale, la musica e l'arte siano superficiali in confronto alle aspirazioni e responsabilità dell'architettura: ma noi non siamo d'accordo … Noi siamo interessati a quel che la gente indossa, a quello che ama avvolgere. attorno al proprio corpo, a quella specie di pelle artificiale che diventa una parte così intima della gente … I vestiti sono una sorta di legame tra pubblico e privato proprio come le case.[57] Impariamo da tutto quel che si muove attorno a noi: da Las Vegas, dal cinema, dalla televisione, dalla pubblicità, dai mulini bianchi (cos'altro fanno i vari Krier, Bofill, ecc. se non lavorare sulla nostalgia per un passato più inventato che esistito?). Possiamo imparare perfino dalle guide turistiche e dalle ragioni per cui consigliano la visita a certi edifici: rarità, grandiosità, panoramicità, spettacolarità strutturale, decorazione, ambienti definiti e riconoscibili, soffitti elaborati ecc.[58]

10 – Gustav 'Ironimus' Peichl, Quo vadis?, 1981 (da AA. VV., Nouveaux plaisirs d'architectures, Centre Georges Pompidou, Paris 1985, pp. 42–43). Scalzo, carico del suo armamentario più o meno fasullo, l'architetto è indeciso su quale strada prendere per attraversare l'inospitale deserto cui si trova di fronte. Due corvi lo attendono speranzosi.
Cambiato il nostro prodotto, potremo svilupparci attorno una >comunicazione mirata a convincere i clienti potenziali della necessità di ricorrere a noi più frequentemente di ora. Convincerli che non siamo né nocivi né superflui, ma necessari.
Per vendere – di questo si tratta, fuori dagli eufemismi – i nostri progetti dobbiamo, come chiunque non voglia andare in fallimento, abbandonare i metodi che si son dimostrati perdenti e sperimentarne di più efficaci per battere la concorrenza.
Altrove qualcosa lo fanno già. Negli Stati Uniti ad es., in un articolo del febbraio '94, Thomas Fisher proponeva di prender esempio dai medici, dagli avvocati e dagli ingegneri che prima di noi si son trovati di fronte ad analoghi problemi.[59]
Dice Fisher che nel XIX secolo i medici cercavano di
risolvere ogni problema del paziente, proprio come pretendono di fare gli
architetti di oggi. All'inizio del XX secolo, con la crisi della professione, la
comunità medica cominciò a riorganizzarsi, trasformando il medico generico in
una specie di coordinatore di specialisti ben pagati, ai quali inviare i
pazienti con necessità particolari … Se gli architetti si riorganizzassero
secondo l'esempio medico, cos'accadrebbe? Alcuni architetti generici farebbero
la prima diagnosi dei problemi e delle risorse, analizzando le esigenze di
spazio del cliente e mettendo insieme un team di specialisti in aree come il
progetto, la tecnologia, la gestione. Ci sarebbero probabilmente pochi grandi
studi, o forse nessuno, e la professione consisterebbe, come in medicina, di
molti praticanti generici e specialistici, che si aggregherebbero in gruppi di
varia configurazione secondo il cliente.
Gli architetti generici si occuperebbero particolarmente
della salute degli edifici, magari facendo dei periodici check–up alle
strutture per assicurarsi che siano in ordine e per scoprire per tempo eventuali
problemi. La diagnostica degli edifici sarebbe centrale nella loro attività (e
nell'educazione dell'architetto) anziché marginale com'è ora. Il loro mercato potenziale
sarebbe costituito da tutti i proprietari d'immobili, non solo da quei pochi
che hanno bisogno di una ristrutturazione consistente o d'una nuova costruzione.
Gli architetti specialisti avrebbero invece un forte legame con la ricerca e gli sviluppi tecnici nelle loro aree di competenza. Sarebbero membri altamente visibili e ben pagati del gruppo, approfondendo il progetto su specifici problemi e procedure … D'altronde la professione dell'architetto pare esser già stata spinta dalla recessione verso il modello della medicina: lo testimonia il recente incremento di piccole e specializzate boutique di progettazione, di associazioni tra studi con specificità complementari e di architetti che offrono ai clienti servizi diagnostici come analisi energetiche o altri tipi di check–up.
Riorganizzare la professione su modello medico non è assurdo né impossibile, c'è chi ci ha provato: l'argentino Rodolfo Livingston ha scelto di fare, come dice lui, l'architetto della mutua e ci ha pure scritto sopra un libro di successo intitolato Chirurgia delle case,[60] illustrandolo con esempi di sue realizzazioni, per lo più modeste modifiche migliorative, come l'ampliamento d'un soggiorno o l'aggiunta di una camera da letto alla nascita d'un figlio.
Anche gli avvocati all'inizio del XX secolo si sono trovati
di fronte, come noi oggi, a un numero eccessivo di addetti rispetto al lavoro
disponibile. La strategia è stata quella di vedere l'educazione legale non
più solo come preparazione a trattare casi in tribunale, ma come modo di
pensare, di analizzare i problemi. Circa un secolo dopo – dice Fisher – il risultato è una
significativa espansione del campo legale, con uomini di legge alla guida di
società o che si occupano di politica, pur essendocene altri che continuano a
svolgere il tradizionale lavoro di tribunale.
La professione dell'architetto può intraprendere una trasformazione
analoga. Oltre a vedere la nostra educazione come un training per progettare
edifici, qualcuno comincia a vedere che noi impariamo ad assimilare grandi
quantità d'informazioni disparate e a trovare il modo di ordinarle e di
applicarle. E che questa abilità potremmo applicarla ad ambiti diversi da
quelli di cui ci siamo occupati finora.
Infine da gli ingegneri, sempre secondo Fisher, dovremmo se
non altro apprendere l'utilità di ampliare le nostre conoscenze scientifiche,
radicandole nella ricerca.
Fornire una base scientifica alle decisioni che oggi prendiamo intuitivamente, acquisire l'abilità di predire un sempre maggior numero di effetti delle nostre scelte progettuali, non potrebbe che avere benefici effetti sulla nostra credibilità.
Ad es. da studi prossemici[61] potremmo ricavare indicazioni sulle caratteristiche da dare ad un ambiente sociòpeto, che riunisce la gente, rispetto a uno sociòfugo,[62] che la mantiene separata. Non mi pare irrilevante per un progettista sapere che fra le persone sedute a un tavolo quelle all'angolo avranno maggiori probabilità di parlare fra loro.[63] O che due persone che intendono conversare si siedono di fronte se i divani distano un metro, mentre se la distanza aumenta preferiscono sedersi fianco a fianco sul medesimo divano.[64] O sapere che la tavola di Re Artù era rotonda in quanto il sovrano vi ammetteva i cavalieri suoi pari.[65] O sapere – son tutte cose che insegna la prossemica – che un cerchio di bimbi seduti si restringe progressivamente – da oltre tre metri di diametro a meno di uno – man mano che viene raccontata una storie paurosa. A riprova dell'utilità d'introdurre conoscenze psicologiche, sociologiche, prossemiche e simili nel nostro bagaglio, voglio ancora illustrarvi una ricerca condotta nei lontani anni '60 da Wools e Canter[66]. I due ricercatori hanno chiesto a un gruppo di studenti (non di architettura) di giudicare 24 disegni d'interni. Sono risultati più amichevoli il soffitto inclinato rispetto a quello piano, le finestre grandi e basse rispetto alle piccole e alte, le sedie disposte informalmente rispetto a quelle intorno alla scrivania ecc. Ne hanno ricavato l'identikit delle stanze più e meno accoglienti (fig. 11).
Da ricerche di questo tipo si capiranno meglio le complesse relazioni fra l'ambiente fisico e i comportamenti delle persone, rendendo l'architetto più conscio degli effetti di ciascuna scelta progettuale.

11 – Le stanze rispettivamente più e meno 'amichevoli' secondo Wools e Canter, pp. 145, 147.
Una volta introdotte nella pratica professionale quelle
modifiche, o altre, dovremo farlo sapere ai possibili clienti,
'riposizionandoci', come direbbero i pubblicitari, sul mercato. Ne avremmo un
gran bisogno, dato che la nostra 'immagine' (fig. 12) lascia oggi piuttosto a
desiderare. La questione è particolarmente rilevante perché, toccandoci
un'esigua quota di mercato, solo poche persone, nella loro vita, fanno esperienza
diretta d'un architetto in carne e ossa e gli altri, la stragrande maggioranza,
ha di noi l'idea, poco positiva, che ci hanno cucito addosso i media.
La stampa e la TV ci nominano solo se siamo dei casi pietosi[67]
o se coinvolti in truffe, tangenti, appalti truccati, assenteismo
universitario. Ma già Plauto nelle sue commedie usava il termine architecton come sinonimo di imbroglione.[68]
A Bukowsky occorre un protagonista per la parte d'un barbone, d'un paria della
società, e chi sceglie, secondo te? Ma un architetto, naturalmente. Scopriamo
la sua vera professione quando spinto dalla fame entra in una squallida steak
house, dove per caso stanno cercando uno sguattero. Sentite il dialogo: "Sei
qui per il lavoro?" disse la cameriera. "La paga mi va, ma non è il
mio tipo di lavoro". "Qual è il tuo tipo di lavoro?"
"Faccio l'architetto". "Sei un pezzo di merda", disse lei.
E si allontanò.[69]
Pure Simenon mette, in due suoi libri, un architetto. Il
primo è un parassita, così descritto: Mathilde aveva un fratello,
l'architetto Oscar Pitard, al quale la madre aveva dato l'appartamento più
bello della casa. "Tuo fratello deve ricevere i clienti. È giusto che
abbia una sistemazione migliore della tua…" Oscar in realtà di clienti non
ne aveva o ne aveva ben pochi, e la vecchia Pitard gli passava i soldi per
vivere, il che non le impediva di nutrire per il figlio un'ammirazione
sconfinata.[70] Il secondo
è un presuntuoso disadattato, in perenne conflitto con i clienti: un
originale che non voleva mai costruire le case che gli venivano richieste
perché non corrispondevano al suo gusto.[71]

12 – L. Hellman, l'immagine dell'architetto (da Progressive Architecture, 12, 1990, p. 94).
Peggio ancora l'Architetto (con l'A maiuscola) di cui parla
Vassalli nel suo Cuore di pietra:
ammanigliato con i potenti, massone (aveva chiesto e ottenuto di
mettersi sotto la protezione del suo più grande Collega, cioè dell'Architetto
dell'Universo, che l'aveva accolto in una società, allora potentissima, detta
dei "liberi muratori"), presuntuoso,
arrogante, disprezza e manda in rovina, uno dopo l'altro, tutti quelli
che avevano avuto l'infelice idea di rivolgersi a lui.[72]
E che dire dell'architetto Beppe Avesani del romanzo Passato
prossimo (Meridianozero, Padova 2002) di
Mauro Curradi? Proprio un bel tipo: legionario fiumano, squadrista,
amico di Ettore Muti e Italo Balbo, sul cui aereo fuggirà in America alla vigilia
delle nozze. Matrimonio comunque celebrato nel dopoguerra, pur non
consumandolo, e salvaguardando la verginità con la pratica sessuale della pedicatio mulieris. Di cui [la moglie] Giulia alla fine si vendica:
quasi violentando il marito proprio mentre ottiene l'annullamento dalla Sacra
Rota, per legarsi a Sergio, nipote di Beppe; col romanzo che chiude su una
Giulia partoriente, e su paralleli pensieri d'amore e disamore di lei e Beppe.[73]
Oppure prendi il cinema, che s'accanisce particolarmente contro di noi. Le parti migliori toccano a medici, uomini d'affari, avvocati, giudici, poliziotti, militari, gangster – spesso presentati come ottimi padri di famiglia – delinquenti (Bonny and Clyde, Arthur Penn 1967), cow–boy e perfino prostitute (Pretty woman, G. Marshall 1990).[74] A noi solo ruoli discutibili, negativi.
Perfino nell'unico film che si proponeva di esaltare una figura d'architetto-demiurgo assai simile, almeno nelle intenzioni, a Frank Lloyd Wright. Si tratta de La fonte meravigliosa (The Fountainhead, King Vidor 1949) in cui vediamo Gary Cooper, architetto geniale quanto incompreso (fig. 13), far saltare in aria un suo grattacielo moderno perché gli hanno imposto di decorarlo con un colonnato dorico.

13 – L'architetto idealista Howard Roark (Gary Cooper) sul punto di chiudere il suo studio per mancanza di lavoro e di riconoscimenti, mentre contempla senza falsi sentimentalismi un altro suo capolavoro non realizzato ["not built", c'è scritto sopra], prima di darlo alle fiamme (da Andrew Saint, The Image of the Architect, Yale Univ. Press, New Haven & London 1983, p. 5).
Contro ogni verosimiglianza vince il processo intentatogli, pronunciando in sua difesa probabilmente uno dei più lunghi discorsi mai fatti sullo schermo.[75] Un famoso e cinico giornalista, che lo aveva dapprima difeso e poi abbandonato perché gli faceva perdere lettori, preso da rimorso gli commissiona un enorme grattacielo e inoltre pensa bene di suicidarsi, in modo che sua moglie Patricia Neal possa finalmente sposare l'architetto con cui da tempo aveva in corso una tresca. Conclusione degli spettatori: l'architetto oltre a essere un rovina famiglie è un irresponsabile che per le sue fisime formali produce enormi danni economici al committente.[76]
Qualche altro esempio? Ne L'inferno di cristallo (The Towering Inferno, 1974) un grat tacielo, costruito dall'architetto Paul Newman risparmiando sulla sicurezza d'accordo col bieco costruttore William Holden, va a fuoco ammazzando un bel po' di gente. Dice il capo pompiere Steve McQueen: Voi architetti dovreste venire da noi pompieri, per imparare come si fa un edificio. Conclusione degli spettatori: l'architetto o è inaffidabile o peggio ancora fa l'interesse dell'impresario sulla pelle degli utenti.
Ne La donna della domenica (L. Comencini 1975) Claudio Gora è un architetto dedito al ricatto. Lo ammazzano sbattendogli ripetutamente sul cranio una scultura a forma di fallo. Una delle sue migliori battute, riservata ad una prosperosa e scollata cassiera di bar è la seguente: Sa che differenza c'è fra lei e me? Che io ho il vento in poppa e lei il vento nelle poppe!
Architetto anche Charles Bronson Giustiziere della notte (Death Wish, M. Winner 1974): alla mattina va in studio coi rotoli sottobraccio e di notte si dedica ad ammazzare teppisti, per vendicarsi di quelli che gli han stuprato e ucciso la moglie.[77] Ne La condanna di Bellocchio (1991) lo stupratore è invece proprio un architetto.[78] Conclusione degli spettatori: questi architetti sono pericolosi, sono dei delinquenti.
In Colpire al cuore - mediocre film a tema di Gianni Amelio, scritto con Vittorio Cerami e prodotto dalla RAI nel 1982 - Trintignant è un professore universitario milanese di architettura (ispirato ad Aldo Rossi). Viene denunciato dal figlio quindicenne (interpretato proprio dal figlio di Aldo, Fausto Rossi) quando lo scopre complice delle BR.
Ne Il ventre dell'architetto (The Belly of an Architect, 1987) Peter Greenaway ci fa assistere a un gustoso dialogo fra un giovane architetto e l'altrettanto giovane e pimpante moglie d'un collega attempato, grasso e afflitto da pesantezze di stomaco e meteorismi. I due giovani sono seduti fianco a fianco, lui ha un completo bianco fresco, lei un vestito bianco morbido sbottonato davanti in modo da lasciarle scoperte le gambe accavallate. Lui: Cosa crede? Gli architetti devono intendersi di tutto: riproduzione, geni, sesso … soprattutto di sesso, e comincia ad accarezzarle la coscia dicendo: Forma, aspetto, funzione, eleganza … Lei, lasciando che lui continui a carezzarla, maliziosa: Equilibrio delle proporzioni, resi–stenza, af–fi–da–bi–li–tà… Stai parlando con la moglie di un architetto! E lui, mettendole una mano sul seno: Preferirei parlare con l'amante di un architetto. E la bacia. Conclusione inevitabile degli spettatori: gli architetti sono dei gran marpioni!

14 – Prospetto e pianta di case popolari "sotto un unico tetto", progettate da J. Plecnik, Lubiana 1943–44 (da AA. VV., Joze Plecnik Architecte 1872–1957, Catalogo della mostra al Centre Pompidou, Paris 1986, p. 174).
Talvolta gli sceneggiatori mettono in bocca ai loro architetti frasi che vorrebbero esser serie e invece risultano d'un irresistibile umorismo involontario. Penso alla lezione sul mattone tenuta dall'architetto, marito (cornuto) di Demi Moore, nel film Proposta indecente; oppure al vecchio professore che in Trappola d'amore (Intersection, Mark Rydell, 1994) dice all'architetto Richard Gere, indeciso fra la ex–moglie Sharon Stone e l'amante Lolita Davidovich: Tutto deve stare sotto lo stesso tetto, non te l'hanno insegnato ad architettura? Lo sceneggiatore ignorava, poveraccio, che sono invece piuttosto rari gli edifici in cui tutto sta programmaticamente sotto lo stesso tetto! (fig. 14).
Mi pare sufficiente per capire quale immagine ci ha cucito addosso il cinema. Gli architetti cinematografici (per lo più maschi: le architette fanno sempre e solo le arredatrici) si divertono, lavorano poco o nulla (Gabriele Ferzetti in vacanza a Stromboli ne L'avventura di Antonioni, 1961, dice d'aver guadagnato in un pomeriggio, facendo dei calcoli, ben tre milioni di allora!), vestono bene, hanno un gusto sicuro, frequentano feste e salotti, han sempre la battuta pronta, piacciono alle donne, in definitiva sono dei simpatici perdigiorno. Svagati, scrocconi, gay[79], amorali, più che al tavolo da disegno o in cantiere li si vede intenti a corteggiare la moglie del cliente o a letto con qualche bellona: ce n'è abbastanza per affascinare i giovani e farli accorrere in massa nelle Facoltà. Ma purtroppo anche per far fuggire non pochi impresari e clienti potenziali.
A danneggiarci c'è pure l'architettese, quell'incredibile linguaggio contorto e involontariamente umoristico che gli architetti – e i docenti - spesso usano per parlare di architettura. Ovvio che per migliorare la nostra immagine dovremmo rinunciarvi. Te ne faccio qualche esempio.
Primo: è indispensable notare che gli elementi che
vengono introdotti nel modello, proprio per la loro intenzionalità,
caratterizzano il modello morfologico, non solo quale elemento di
sperimentazione, finalizzato alla conoscenza delle interazioni comportamentistiche
con la forma, ma anche come ricettore di processi di intenzionalizzazione
formale e quindi come veicolo di poetica.[80]
Cosa vuol dire?
Secondo esempio: Kahn e Venturi rovesciano l'architettura su se stessa: e in tale operazione di ribaltamento poco conta se il materiale del loro nuovo immaginario è costituito da sogni di istituzioni inesistenti o da incubi dominati dall'affollarsi delle transeunti icone della mercificazione cosmica.[81] Mitici – direbbe Homer Simpson – questi incubi dominati dall'affollarsi delle transeunti icone della mercificazione cosmica: ma cosa c'entrano con gli edifici di Kahn e Venturi?
Terzo esempio: L'opera -
si tratta di una scultura di Zaha Hadid esposta alla Malcontenta durante la
Biennale 2008 - intende presentarsi quale traduzione contemporanea
del sistema armonico di Palladio in un complesso spazio genotipico. L'impeccabile
sistema di proporzioni che contraddistingue lo spazio disegnato dal celebre
architetto risulta infatti rivoluzionato dalla nuova componente dinamica
introdotta dai due architetti che, abbandonati i principi euclidei alla base
delle teorie palladiane, esplorano le potenzialità di avanzate tecniche
digitali nel tentativo di affrancarsi dall'idea di un unico e
"perfetto" sistema relazionale. Ne risulta un'opera concepita come
morfologia spaziale che rappresenta il vuoto di tale spazio etereo…[82]
Quarto esempio: Barry LePatner (un avvocato di New York
specializzato in assistenza agli architetti) racconta di aver sentito dire, in
una cerimonia di premiazione dell'American Institute of Architects, che un
progetto rappresentava un'allusione storica entro la linearità contestuale
del nostro tempo, mentre un altro incarnava
le sfumature sintattiche dell'odierna semiologia. Dice LePatner: ho toccato leggermente il braccio del mio
vicino, uno dei più famosi architetti odierni, pregandolo di spiegarmi cosa
intendessero dire. Con mia sorpresa rispose di non averne la minima idea, ma
che "quella gente ama parlare così".[83]
Evidentemente è un vizio antico, se già nel XVI sec. Philibert de l'Orme rappresentava (fig. 15) il cattivo architetto privo di occhi e di mani, ma con la bocca per parlare a vanvera…

15 - Philibert de l'Orme, «Il buono e il cattivo architetto» (da Casabella, 474–475, 1981, p. 59).
Quel modo di parlare, dice Nicolin, si è sviluppato a partire dal Rinascimento, con alterne fortune mediante innesti umanistici (Alberti), letterari (Filarete), poi politici, filosofici, critici e, via via, con l'ideologia e l'avanguardia, fino a includere qualsiasi argomento dato per buono, aggiungendo più di recente i contributi delle scienze umane. Questa mutevole capacità d'inclusione del linguaggio degli architetti se comporta un rischio – dilettantismo, millanterie ecc. – d'altro canto conferisce a questa scrittura una particolare attrattiva. Il fascino dell'architettese sta nella sua bassa specializzazione e nella possibilità di parlare di tutto.[84]
Sarà anche affascinante come dice Nicolin, ma gli si adatta alla perfezione quel che Asor Rosa dice in altro contesto a proposito del linguaggio di Piero Citati: intessuto di affermazioni non provate e di termini ovvi ma misteriosamente usati, cui il tono oracolare non toglie ma aggiunge oscurità … Non è dimostrativo ma argomentativo: non spiega, ma afferma, è dell'ordine della retorica e dell'oratoria, non della critica. Non è importante perciò che i suoi argomenti siano minimamente fondati: è importante il tono della voce, il piglio perentorio, l'intransigente sicurezza, con cui vengono affermati. Ma se appena appena viene sottoposto a un vaglio critico – il che vuol dire valutare se le prove a favore della tesi enfaticamente adottata ci sono e, se ci sono, se reggono – ci si trova di fronte a una successione di buchi logici o di testimonianze non probanti.[85]
Perché allora continuiamo a parlare in architettese? Ma per turlupinare gli ascoltatori, naturalmente. L'oscurità è strumento di potere, come ben sanno i preti: non essere troppo chiaro nell'esprimere i tuoi concetti - consiglia il gesuita barocco Baltasar Gracián (1601-58) -, i più non stimano ciò che comprendono, ma venerano ciò che non arrivano a percepire.[86] E come sanno bene i medici: gli raccontiamo di avere una febbriciattola di origine sconosciuta e loro - per prendere le distanze, per giustificare la parcella che ci chiederanno - la ribattezzano subito piressia criptogenetica!
Perfino i nostri premi internazionali lasciano a desiderare. Ne abbiamo molti, ma nessuno prestigioso come il Nobel cui possono aspirare dal 1901 fisici, chimici, medici e scrittori. O come il Pulitzer, che dal 1917 premia giornalisti, scrittori e musicisti. O come l'Oscar, che premia i mestieri del cinema dal 1929.
Noi abbiamo dovuto attendere il 1979 perché venisse istituito il Pritzker Architectural Prize (fig. 16). Vale 100.000 dollari, conferiti dalla Hyatt Foundation della famiglia Pritzker, proprietaria degli Hyatt Hotel, anche se – annota ironicamente Dal Co[87] – non molti degli alberghi che fan parte di questa catena sono stati oggetto delle attenzioni dei celebrati vincitori del Nobel dell'architettura. E prosegue: chi lo prende ha il diritto di ritenersi 'il miglior architetto' per l'anno in corso: come accade per lo yogurt la data di scadenza deve essere ben leggibile sulla confezione.

16 – Recto e verso – con l'immarcescibile triade vitruviana firmness, commodity, delight – della medaglia in bronzo del Pritzker Architecture Prize, disegnata da Bill Lacy.
Gli fa eco Piano, nel suo discorso di accettazione del premio, alla Casa Bianca, il 17/6/1998: non è che anche l'architetto sia a scadenza, come i medicinali: finito l'anno, finito l'architetto?[88] Il problema è nella giuria che lo assegna, composta, dice Dal Co, da giurati che sono soprattutto uomini e donne di mondo, amateurs dell'architettura come i presidenti della Fiat, dell'IBM e della Cummins, sotto l'attenta regia, come c'informa il signor Jay Pritzker, della signora Cindy Pritzker, sua beneamata consorte. Insomma persone che non si prendono troppo sul serio, graziosamente inclini a lasciare agli architetti premiati l'onere di prendersi seriamente. Un premio condotto con bon ton e dai piacevoli risvolti mondani, fra i quali si segnalano i discorsi di accettazione da parte dei premiati, la cui raccolta potrebbe interessare oltre agli storici dell'architettura anche attenti psicanalisti.
Ciò non toglie che, almeno con gli italiani, ci abbiano preso, assegnando il Pritzker ai migliori disponibili sulla piazza, Rossi e Piano. Per la cronaca, ecco l'elenco completo dei vincitori: 1979 Philip Johnson, 1980 Luis Barragan; 1981 James Stirling, 1982 Kevin Roche, 1983 Ieoh Ming Pei, 1983 Richard Meier, 1985 Hans Hollein, 1986 Gottfried Böhm, 1987 Kenzo Tange, 1988 Gordon Bunshaft, 1988 Oscar Niemeyer, 1989 Frank O. Gehry, 1990 Aldo Rossi, 1991 Robert Venturi, 1992 Alvaro Siza, 1993 Fumihiko Maki, 1994 Christian de Portzamparc, 1995 Tadao Ando, 1996 Rafael Moneo, 1997 Sverre Fehn, 1998 Renzo Piano, 1999 Norman Foster, 2000 Rem Koolhaas, 2001 Herzog e De Meuron, 2002 Glenn Murcutt, 2003 Jørn Utzon, 2004 Zaha Hadid (primo e unico architetto donna), 2005 Thom Mayne, 2006 Paulo Mendez da Rocha, 2007 Richard Rogers, 2008 Jean Nouvel, 2009 Peter Zumthor. Nel '99 è morto a 67 anni il fondatore, Jay Pritzker, ma il figlio Thomas J. ha promesso, a nome della famiglia, di continuare a finanziare il premio[89] e tutt'ora lo presiede.
Altri premi importanti sono l'israeliano Wolf Prize e il giapponese Praemium Imperiale.[90]
Dal 2003 abbiamo pure – con evidente intento polemico nei
riguardi dei premi precedenti, favorevoli alla 'modernità' – un premio
assegnato agli architetti che abbiano dato un contributo significativo nel
campo dell'architettura classico-tradizionale e della conservazione dei monumenti: è il Richard H. Driehaus Prize for
Classical Architecture, di $ 100.000,
gestito dalla Driehaus Foundation e dall'Università di Notre Dame nell'Indiana.[91]
[1] Adolf Loos, «Hands off», 1917, in Parole nel vuoto, Adelphi, Milano 1990 5a (1972), p. 287. Gustose informazioni sugli architetti imprigionati, suicidi, ghigliottinati, ecc. (nessuno avvelenato come si augurava Loos) – fra i quali il Sansovino, messo in galera a seguito del crollo il 18 dicembre 1545 della volta della Biblioteca di S. Marco – si trovano in Pierre Pinon, «Mises a mort», in Architecture d'aujourd'hui, 254, 1987, p. 051.
[2] «Arnold Schönberg e i suoi contemporanei», 1924, in A. Loos, cit., p. 333.
[3] Matteo Clemente, Gli architetti… Dovrebbero ammazzarli da piccoli! Guida pratica alla ristrutturazione della casa senza prendersi l'ulcera, Robin, Roma 2006 (2006 7a).
[4] A. De Lillo, A. Schizzerotto, La valutazione sociale delle occupazioni, il Mulino, Bologna 1985.
[5] «Wouldn't You Rather Be a Piano Tuner? », in Architecture, 1, 2000, p. 26.
[6] Paul Valéry, Quaderni, Adelphi, Milano 1985–86, vol. I, pp. 87–88.
[7] CENSIS, Centro Studi Investimenti Sociali, Nuovi profili per la professione di architetto, Roma, luglio 1987 (dattiloscritto). Lo studio, commissionato dal Consiglio Nazionale Architetti, fu 'secretato' in quanto, a detta dell'allora Presidente Boeri, non era attendibile, basandosi sulle risposte di appena il 3% degl'iscritti.
[8] Secondo il Consorzio AlmaLaurea (2008) sarebbero molti di più: ben 44 laureati maschi in Architettura su 100 sarebbero figli architetto.
[9] Il processo di sublimazione è così spiegato da Sigmund Freud (Introduzione alla psicanalisi, Boringhieri, Torino 1989 2a, p. 313): la tendenza sessuale abbandona la sua meta rivolta al piacere parziale o al piacere riproduttivo e ne accetta un'altra che è geneticamente connessa a quella lasciata, ma non deve più essere chiamata sessuale bensì sociale. Adeguandoci alla valutazione generale, che pone i fini sociali a un livello più alto rispetto ai fini sessuali, che in fondo sono egocentrici, chiamiamo questo processo 'sublimazione'.
[10] Janine Chasseguet–Smirgel, Per una psicoanalisi della creatività e dell'arte, Guaraldi, Rimini 1973, p. 29.
[11]Milan
Kundera, La lentezza, Adelphi, Milano
1995, p. 55.
[12] Francis Haskell, Le metamorfosi del gusto, Bollati–Boringhieri, Torino 1989, p. 220.
[13] Gerard Genette, Soglie, Einaudi, Torino 1989, p. 131.
[14] Giannino Malossi, Liberi tutti. 20 anni di moda spettacolo, Mondadori, Milano 1987, p. 7.
[15] Bertrand Russell, Russell in due parole, Longanesi, Milano 1968, p. 16.
[16] Tom Wolfe, Come ottenere il successo in arte, Allemandi, Torino 1987, p. 15.
[17] Milan Kundera, La vita è altrove, Adelphi, Milano 1987, p. 247.
[18] Milan
Kundera, L'immortalità, Adelphi, Milano
1990, p. 231.
[19] Vittorio
Gregotti, «E io mi considero ventiseiesimo», in Panorama, 27/8/1984.
[20] Roger K. Lewis, Architect? A Candid Guide to the Profession, MIT Press, 1985; ed. riveduta 1998. Ne trovi ampi stralci in books.google.it/books?id=vY0Y1sOEq9IC&dq=roger+lewis+architect%3F&psp=1. Lewis (n. 1941, laureato all'MIT, studio a Washington, professore alla University of Maryland) tiene una popolare rubrica su argomenti di architettura e urbanistica sulla Washington Post, corredandola con vignette da lui stesso disegnate.
[21] Tomaso Emanuele Cestari, Le professioni che possono scegliere e cui avviarsi i giovani studenti storicamente e metodicamente descritte, Naratovich, Venezia 1871.
[22] Anton Pavlovic Cechov, «Regole per giovani scrittori», in Tutti i racconti, cit. da Giampaolo Rugarli, Il manuale del romanziere, Marsilio, Venezia 1998, p. 51.
[23] Bisogna
farlo proprio quando sono piccoli, perché l'insano proposito si manifesta
presto. Nel 2006 la Società di Pediatria ha interrogato 1.251 bambini di 12-14
anni su cosa avrebbero voluto fare da grandi. La massima aspirazione fra i
maschi (12,5%) è di diventare calciatori e fra le femmine (11,2%) di diventare
famose attrici, cantanti, modelle, ballerine. Ma l'architetto si piazza bene:
al settimo posto per i maschi (3,3%) e al tredicesimo per le femmine (2,3%).
[24] Nel 2003 secondo Dal Co (Casabella 739-740, dic. 2005 – gen. 2006) gli architetti italiani erano 111.063. Nel 2005, secondo il CENSIS (Repubblica, 23/12/2005), erano saliti a 122.608.
[25] La media europea è di un architetto ogni 1.800 abitanti. In Croazia il rapporto è 1/3.300, in Irlanda e Turchia 1/2.500, in Austria e Francia 1/2.300, in Svezia 1/2.200, in Gran Bretagna 1/2.000, in Spagna 1/1.600, in Grecia 1/730.
[26] La Legge 1395 del 24/6/1923 ha ammesso ad operare in architettura e urbanistica gli ingegneri meccanici, idraulici, minerari, navali, elettrotecnici, aeronautici, informatici, chimici, ecc. Qualche anno dopo il RD 1652 del 30/9/1938 ha istituito la sottosezione "edile" del corso di laurea in Ingegneria Civile. Infine due recenti Decreti Ministeriali (4/8 e 28/11/2000) han consentito alle Facoltà di Ingegneria di istituire corsi di laurea in "ingegneria edile-architettura", mirati – con involontario umorismo - a creare una figura professionale nuova (l'ingegnere edile-architetto) che assomma la fantasia, la creatività, il talento dell'architetto e la praticità, la pragmaticità, la tecnicità dell'ingegnere… Ai 120.000 architetti si aggiungono così 180.000 ingegneri, oltre a 100.000 geometri…
[27] Oggi sono iscritti nelle italiche università 80.000 aspiranti architetti, qualcosa come tutti gli attuali architetti tedeschi (92.000) e due volte e mezzo gli architetti inglesi (30.600).
[28] Non so da dove il Riformista tragga questo dato. A me risulta che al Politecnico di Milano sono stati assegnati quest'anno, 2007-08, 1.135 nuovi posti (e non 3.000) dei 10.676 previsti per tutta Italia. Comunque i posti disponibili per aspiranti architetti sono stati anno per anno irresponsabilmente e costantemente aumentati dai governi sia di destra che di sinistra. Dai 6.795 del 1998-99 (di cui 225 a Pescara), siamo passati a 7.260 nel 1999-2000 (260 a PE), 7.596 nel 2000-01 (260 a PE), 8.280 nel 2001-02 (320 a PE), 9.535 nel 2002-03 (320 a PE), 9.763 nel 2003-04 (315 a PE), 10.133 nel 2005-06 (300 a PE), 10.395 nel 2006-07 totali (300 a PE), 10.676 nel 2007-08 (di cui sempre 300 a Pescara). Per il 2004-05 mancano inspiegabilmente i dati ministeriali.
[29] Scrive
Luigi Prestinenza Puglisi nella presS/Tletter del 12/11/2008: a Enna è stato
inaugurato il nuovo corso di laurea quinquennale in architettura. Come se già
non bastassero le due disastrate facoltà di Palermo e di Siracusa (tralascio
quella di ingegneria di Catania e altre di cui ho perso il conto). Facile prevedere
un incremento dell'esercito di futuri disoccupati, sottoccupati, forzati
emigranti. Detto per inciso, a Barcellona ci sono più architetti palermitani in
cerca di una qualche occupazione che spagnoli. Per carità, è lecito che ciascuno
sia messo in condizione di studiare ciò che vuole e dove vuole. Inoltre ognuno
è libero di scegliere di frequentare facoltà dove insegnano illustri
sconosciuti. Infine, in un mondo che diventa più piccolo, cercare lavoro
all'estero sarà sempre di più la regola. Ma sarebbe bene che ai poveri studenti,
sin dal primo anno, sia spiegato che, ad essere ottimisti, su cento al massimo
uno eserciterà con soddisfazione, un paio con enormi difficoltà e il resto… il
resto farà altre cose. E sia anche spiegato che ad insegnar loro a fare
l'architetto sono sovente persone che, figlie di questo sistema sciagurato
autoreferenziale e autogenerante, in tutta la loro vita hanno costruito una
villetta se non ristrutturato solo il bagno della zia o della nonna. E che di
quello che succede all'estero, il vero luogo dove per forza di cose si dovrà
cercare lavoro, sanno poco e nulla, a cominciare dalla lingua con cui
comunicare.
[30] Vedi l'amaro editoriale di Dal Co in Casabella 737, ottobre 2005, che trovate nei >reprint.
[31] Enrico Arosio, «Architetti maledetti», ne l'Espresso, 10/4/97.
[32] Lettera della neolaureata Deborah Dietsch in Architecture, 8, 1996, p. 15.
[33] Sotto il titolo «Architects must reform internship now», Reed Krolhoff in Architecture 5/1999 afferma che i neolaurati praticanti di studio costano poco, non protestano se gli si chiede straordinari anche pesanti, non hanno né moglie né figli: sembra un elenco dickensiano dei 'pregi' del lavoro minorile. Eppure è quanto hanno risposto gli architetti a un'inchiesta del NCARB (National Council of Architectural Registration Board) su quel che apprezzavano maggiormente nei loro tirocinanti.
Nello stesso numero della rivista Eric Adams riferisce brevemente, a p. 40, di un Summit on Architectural Internship tenuto il 10–12 aprile nel villaggio Shaker di Lexington, Kentucky, dove qualcuno ha proposto di eliminare il tirocinio presso gli studi, anticipando l'Architect Registration Exam (ARE) a subito dopo la laurea. Imitando magari la professione medica, che fornisce ai neo laureati un periodo di internato in apposite strutture pubbliche: gli ospedali e le cliniche universitarie. Ma gli "ospedali dell'architettura" non ci sono…
Da Architecture, 1, 1997, p. 130, apprendo inoltre che in USA e Canada dal 24/2/97 l'ARE è stato interamente computerizzato. Dura più giorni e comprende nove sezioni. Sei (Pre–progetto, Strutture, Forze laterali, Impianti, Materiali e metodi, Documenti per la realizzazione) comportano la risposta a questionari. Le altre tre richiedono soluzioni grafiche: Progettazione urbanistica (con sei esercizi: un progetto urbanistico, una zonizzazione, un parcheggio, un'analisi urbanistica, una sezione del terreno e il suo livellamento), Progettazione edilizia (tre esercizi: Diagramma distributivo, Progetto schematico, Schema dell'arredamento) e Tecnologia (sei esercizi: sezione, coperture, schemi strutturale e impiantistico, accessibilità ai disabili, una scala).
[34] A. Ferrari, G. Pellicciari, Gli architetti. Indagine sulla situazione in Lombardia, Franco Angeli, Milano 1976.
[35] E. Arosio, cit.
[36] R. K. Lewis, cit., p. 20.
[37] Philip Johnson, Verso il postmoderno, Costa & Nolan, Genova 1985, p. 113.
[38] Peter Blake, La forma segue il fiasco, Firenze, Alinea, 1983, p. 161.
[39] R. K. Lewis, cit., pp. 5, 24, 25–26.
[40] Robert Gutman, «Architects and Power. The Natural Market for Architecture», in Progressive Architecture, 12, 1992, p. 39. Da un sondaggio fra i lettori pubblicato nel medesimo fascicolo della rivista risultava che il 42% degli studi non aveva abbastanza lavoro e che il 41% lamentava un totale disinteresse in merito da parte di scuole, associazioni di architetti e riviste del settore. Gutman è autore di un importante saggio sulla professione di architetto: Architectural Practice, Princeton Architectural Press, 1988.
[41] Thomas Fisher, «Can this profession be saved?», in Progressive Architecture, 2, 1994.
[42] «Allarme del presidente del consiglio: professionisti, state finendo in mani straniere», in Repubblica, 4/6/98.
[43] Per saperne di più su Arthur Gensler, puoi leggere in >traduzioni l'intervista apparsa nel settembre del '98 su Architecture («The Secret of Success», pp. 67 segg.) in cui il sessantatreenne architetto spiega come il suo studio è diventato il più grande del mondo e come intende mantenerlo tale…
[44] 124 dei quali (pari all'82,6%) destinati agli investimenti, e il rimanente alla manutenzione ordinaria del patrimonio. Nel 2001 sono entrati nella loro fase più recente di massima produzione il settore della cantieristica residenziale (un vero e proprio boom, pari ad un +8,5% sull'anno precedente) e non residenziale (+4,4%), con un incremento significativo anche del comparto delle opere pubbliche (+3,0%). Il recupero si conferma comunque il principale segmento di mercato, con il 42,7% del giro d'affari (per 64,1 miliardi di Euro), e in particolare il recupero residenziale, con il 22,3% del giro d'affari, pari a 33,5 miliardi di Euro. Le previsioni a livello nazionale per il 2002 individuano un rallentamento della crescita, che comunque si manterrà superiore a quella del PIL: le stime del CRESME individuano in un +2,6% l'incremento atteso per l'anno in corso. Nel 2002 la crescita sarà soprattutto sostenuta dalle opere del genio civile e dalla cantieristica residenziale. In lieve contrazione (solo +0,7% l'incremento atteso) il mercato del recupero residenziale. Lo scenario di sviluppo del settore delle costruzioni nel medio periodo (2003–2006) vedrà un rallentamento ulteriore delle dinamiche ed una stabilizzazione della crescita, con un trend compresi tra il + 0,8% previsto nel 2003 ed il + 1,2% del 2006. Gran parte della dinamica di medio periodo, comunque, si dovrà alla ripresa economica, oggi resa più incerta dalla situazione mondiale seguente ai fatti dell'11 settembre, ed alle reazioni reali di sostegno al settore messe in atto dal nuovo Governo (articolo in newsletter@skydomus.com, 22 febbraio 2002).
[45] L'architettura può anche non essere la più antica professione del mondo – la tradizione ha deciso da tempo che è un'altra – ma sulla sua antichità non ci son dubbi. La presenza di architetti è documentata almeno fino dal terzo millennio a. C. e ci sono disegni di architettura ancora più antichi, come la planimetria di un agglomerato residenziale in una pittura murale del settimo millennio a. C. a Çatal Höyük in Asia Minore (Spiro Kostof, The Architect, Oxford Univ. Press, New York–Oxford 1977, p. V).
A proposito di Çatal Höyük in Anatolia (oggi Turchia), la più antica città conosciuta,
risalente a 8000 anni fa, ricorda Desmond Morris che aveva le mura
decorate di corna. Nel mondo antico, –
prosegue – il toro significava potere, per la grande forza muscolare,
fecondità animale, per le monte prodigiose, e fertilità dei raccolti, perché
era l'aratro trainato dai buoi che tracciava i solchi per la semina … Ne
conseguiva che nella mente degli antichi agricoltori per avere fortuna
occorreva rendere onore al toro, che divenne una divinità …
Le corna, la sua immagine simbolica, vennere trapiantate su figure umane, creando una nuova divinità che divenne la nemica dei primi cristiani. Questi ne fecero l'odiato e temuto diavolo. Il simbolo delle corna nella sua forma protettiva originaria è sopravvissuto alla demonizzazione della Chiesa cristiana e, in Italia soprattutto, si è sviluppato in un gesto molto diffuso della mano, con l'indice e il mignolo tesi (Desmond Morris, L'occhio nudo, Mondadori, Milano 2001, p. 62).
[46] Il dato si riferirebbe al 1974 e lo riporta senza citare la fonte Manfredo Tafuri (in Storia dell'architettura italiana 1944–1985, Einaudi, Torino 1986, p. 123). P. Scrivano, più ottimista, afferma che tra il 1945 e il 1953 a Torino l'11% delle licenze edilizie erano state rilasciate ad architetti (in Storia dell'architettura italiana. Il secondo Novecento, a cura di F. Dal Co, Electa, Milano 1997).
[47] Rispetto agli ingegneri possiamo solo vantarci di fare edifici più belli: In un dibattito in un'università tedesca – racconta Rossi – si vantavano le maggiori conoscenze e precisioni tecniche insegnate nelle università tedesche; ma io ho detto loro: «Ma perché allora costruite delle case e delle città così brutte?» (Aldo Rossi, «Sulla scuola di architettura», in Domus, 760, 1994, p. 83). Deborah Dietsch («Old War, New Battles», in Architecture 12, 1996, p. 15) racconta che negli Stati Uniti numerosi ingegneri sono ricorsi con successo al giudice per farsi riconoscere il diritto a firmare progetti completi e c'è una National Society of Professional Engineers (NSPE) nata proprio con l'obiettivo di equiparare le due professioni, obiettivo allora raggiunto solo nel Nevada.
[48] Vittorio Gregotti intervistato da Enrico Filippini su Repubblica, 29/1/1987.
[49] P. Blake, cit., p. 177. Tennessee Williams fornisce una versione diversa: quando le prostitute si incontrano parlano di arte, quando gli artisti si incontrano parlano di soldi (cit. da Bob Venturi intervistato da Franco Raggi in Modo, 44, 1981, p. 20).
[50] Rob Krier, Architectural Composition, Rizzoli, New York & Academy, London 1988, p. 7.
[51] Il più impietoso pamphlet sugli architetti moderni è quello di Tom Wolfe, Maledetti architetti, Milano, Bompiani, 1982. Sull'argomento han pure scritto: Brent C. Brolin, The Failure of Modern Architecture (Studio Vista, London 1976); P. Blake, cit.; Vincent jr. Scully, il terzo capitolo aggiunto al suo Architettura moderna, Jaca Book, Milano 1985; Charles Jencks, Paolo Portoghesi e altri.
[52] Milan Kundera, I testamenti traditi, Adelphi, Milano 1994, p. 271.
[53] Abitare 241, 1986, pp. 126–131.
[54] Charles Jencks, Modern Movements in Architecture, Penguin, Harmondsworth–New York 1985, p. 142.
[55] Salvador Dalí, I cornuti della vecchia arte moderna, Il Melangolo, Genova 1991, pp. 29–33.
[56] M. Kundera, cit., p. 271.
[57] Jeffrey Kipnis, «A conversation with Jacques Herzog», in El Croquis, 84, 1997, pp. 7–8.
[58] Vedi Xavier Sust, «Le stelle dell'architettura», qui in >traduzioni.
[59] Thomas Fisher, «Can This Profession Be Saved?», in Progressive Architecture, 2, 1994, qui in >traduzioni.
[60] Rodolfo Livingston, Cirugia de casas, CP67, Buenos Aires 1993.
[61] Edward T. Hall (Il linguagio silenzioso, Bompiani, Garzanti 1972; La dimensione nascosta, Milano, Bompiani, 1968 3a), chiama proxemics, prossemica, la semiotica della prossimità, ossia la comunicazione ottenibile mediante la distanza che si lascia fra sé e gli altri, variabile secondo le circostanze – a tavola, in tram, al cinema, in discoteca, ecc. –, il tipo di rapporto – conoscenza, parentela, amore, lavoro, ecc. –, l' ambiente culturale, ecc.
[62] Prendo i termini sociopeto (sociopetal, di attrazione sociale: le persone si muovono verso il centro della stanza per stare insieme) e sociofugo (sociofugal, di fuga sociale: le persone si dispongono alla periferia della stanza) da Humphry Osmond, «The Relationship Between Architect and Psychiatrist», in Charles E. Goshen, Psychiatric Architetcture, Washington DC, American Psychiatric Association, 1959, pp. 7–9.
[63] Robert Sommer, «Studies in Personal Space», in Sociometry, vol. 22, 1959.
[64] R. Sommer, G. Whitney, «Design for Friendship», in Canadian Architect, 1961, p. 106.
[65] Michael O. Watson, Comportamento prossemico, Bompiani, Milano 1972, p. 53.
[66] Roger Wools, David Canter, «The effect of the meaning of buildings on behaviour», in Applied Ergonomics, I, 3, giugno 1970.
[67] Leggevo nel '66 su Paese Sera, sotto il titolo «Pietoso episodio in piazza Vittorio», la seguente notizia: Per mezz'ora è rimasto in finestra con un cesto in mano, minacciando di gettarlo di sotto. Poi l'ha fatto: ma erano solo cartacce e rifiuti. La folla, sotto, pensava che anche lui si sarebbe buttato. Protagonista del pietoso episodio … è stato l'architetto G. T. di 47 anni … Quando i vigili del fuoco sono entrati nell'appartamento, l' architetto li ha seguiti senza discutere. È stato ricoverato in osservazione alla Neuro. L'avranno poi dimesso? Quali edifici aveva firmato?
[68] Bruno Zevi, Architectura in nuce, Istituto per la Collab. Culturale, Venezia–Roma 1960, p. 17.
[69] Charles Bukowsky, «Vita di un barbone», in Niente canzoni d'amore, Guanda, Parma 2001.
[70] Georges
Simenon, I Pitard, Adelphi, Milano 2000,
p. 76.
[71] Georges
Simenon, Il borgomastro di Furnes,
Adelphi, Milano 2008, p. 40.
[72] Sebastiano Vassalli, Cuore di pietra, Einaudi, Torino 1998, pp. 6, 9.
[73] Ermanno
Paccagnini, «Lo specchio sociale del dopoguerra nel romanzo fin troppo colto di
Curradi», sul Corriere della Sera,
14/9/2003.
[74] Bauwelt, nel numero 1–2 del 10/1/97, scheda 50 film con protagonista un architetto, e pubblica i risultati di una divertente inchiesta in cui 35 architetti famosi dicono da quale attore vorrebbero essere interpretati sullo schermo e a quale architetto dedicherebbero un film.
[75] Da un articolo sul Christian Science Monitor, cit. in Dietrich Neumann, Film Architecture: Set Designs from Metropolis to Blade Runner, Prestel, Munich-New York 1996, p. 126.
[76] Il film è tratto dall'omonimo libro (1943) di Ayn Rand, la quale, nata a Pietroburgo nel 1905, aderì alla rivoluzione sovietica, ma dopo la confisca dei beni del padre divenne strenua sostenitrice dell'individualismo contro il collettivismo. Emigrata negli Stati Uniti nel '25, divenne sceneggiatrice ad Hollywood partecipando attivamente all'epurazione dei comunisti dal cinema. Koenig aggiunge un altro gustoso particolare: la sciagurata scrittrice acquistò la casa del regista von Sternberg, capolavoro di Richard Neutra, modificandola fino a renderla irriconoscibile (Giovanni Klaus Koenig, Architettura del Novecento, Marsilio, Venezia 1995, p. 99).
[77] In una parodia del film, Il giustiziere di mezzogiorno (Mario Amendola, 1975), il protagonista, interpretato da Franco Franchi, è giustamente declassato a geometra…
[78] In una recensione al film («Viva la violenza?», in Repubblica, 22/2/91) Irene Bignardi spiega che il mestiere di architetto è sempre più frequentato dal cinema perché sposa l'arte alla scienza e consente al personaggio di sentenziare in materia artistica.
[79] Ne film The Mexican (Gore Verbinski, 2000) Julia Roberts scopre che il killer che l'ha rapita è gay: "Tu, col mestiere che fai, sei gay? Incredibile!" e giù a ridere. E lui di rimando: "Perché, secondo te, che mestiere dovevo fare, l'architetto d'interni?"
[80] Ugo La
Pietra, «Ipotesi progettuali per un sistema disequilibrante», in Controspazio, marzo 1970, p. 39.
[81] Manfredo Tafuri, Francesco Dal Co, Architettura contemporanea, Electa, Milano 1979, II, p. 376.
[82] archiportale.com/news/2008/09/architettura/zaha-hadid-alla-biennale-di-venezia_12505_3.html
[83] Barry LePatner, «Listen Up or Lose the Client», in Architecture, 2, 1996, p. 154.
[84] Pierluigi Nicolin, «Concorsi», in Lotus, 70, 1991, p. 1.
[85] Alberto Asor Rosa, «Caro Citati, non sono d'accordo», in Repubblica, 5/5/1989.
[86] Oráculo manual y Arte de Prudencia (1647), cit. in Michel Onfray, Cinismo, Rizzoli, Milano 1992, p. 149.
[87] Francesco Dal Co, «Il migliore architetto del mondo», in Zodiac, 12, 1994–95, pp. 24–28.
[88] Renzo Piano, «Elogio della costruzione», in Repubblica, 18/6/98.
[89] Architecture, 3, 1999, p. 33.
[90] Il Wolf Prize (www.wolffund.org.il/main.asp), quadriennale della israeliana Wolf Foundation, è stato conferito nel 1983/4 a Ralph Erskine; 1988 Fumihiko Maki, Giancarlo de Carlo; 1992 Frank O. Gehry, Jørn Utzon, Denys Lasdun; 1996/97 Frei Otto, Aldo van Eyck; 2001 Alvaro Siza; 2005 Jean Nouvel.
Il Praemium Imperiale, www.praemiumimperiale.org/eg/jaahome/home.html, della Japan Art Association, è economicamente il più consistente (15 milioni di yen, circa 125 mila euro). L'hanno finora avuto: 1989 Ieoh Ming Pei; 1990 James Stirling; 1991 Gae Aulenti (incredibile!); 1992 Frank Gehry; 1993 Kenzo Tange; 1994 Charles Correa (India); 1995 Renzo Piano; 1996 Tadao Ando; 1997 Richard Meier; 1998 Álvaro Siza; 1999 Fumihiko Maki; 2000 Richard Rogers; 2001 Jean Nouvel; 2002 Norman Foster; 2003 Rem Koolhaas; 2004 Oscar Niemeyer (quasi centenario: è nato a Rio de Janeiro nel 1907); 2005 Yoshio Taniguchi; 2006 Frei Otto; 2007 Jacques Herzog e Pierre de Meuron; 2008 Peter Zumthor.
[91] Premiati
(vedi: driehausprize.nd.edu): 2003 Léon Krier; 2004 Demetri Porphyrios; 2005
Quinlan Terry, Henry Hope Reed; 2006 Allan Greenberg, David Morton; 2007
Jaquelin T. Robertson, Edward Perry Bass; 2008 Andres Duany, Elizabeth Plater-Zyberk;
2009 Abdel-Wahed El-Wakil.